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Dolore nei bambini

Dolore, un sostantivo che ricorda un’ esperienza spiacevole, un termine che non piace, ancor più se unito all’aggettivo cronico. Tutto ciò appare ancora più vero se vissuto da un bambino.
Il dolore cronico interessa anche l ‘età pediatrica manifestandosi a livello addominale, muscolare, osteoarticolare e con forme diverse di mal di testa. Numerose e di diversa origine sono le patologie pediatriche che si manifestano con dolore.
Il sintomo è spesso invalidante costringendo i bambini ad assenze scolastiche anche prolungate, spesso determina una ridotta capacità di apprendimento e di concentrazione ed infine un’alterazione nel normale sviluppo psico-fisico. Non va assolutamente sottovalutato l’ aspetto psicologico, in particolare come il bambino elabora il proprio schema corporeo.
In questi ultimi anni l’ interesse del mondo scientifico e clinico sta cercando di dare risposte concrete a questi problemi. Stanno sorgendo centri specialistici per i trattamenti sia farmacologici che interventistici con tecniche invasive. L’obiettivo è di dare ai nostri piccoli pazienti una buona qualità di vita e consentire un’ adeguato sviluppo psicofisico; senza mai tralasciare il sostegno alle famiglie.

Dott. Cesare Vezzoli 
Anestesia e Rianimazione Pediatrica
Terapia del dolore pediatrico
Ospedale dei bambini, ASST Spedali Civili di Brescia

dolore nei bambini

IL DOLORE NEL BAMBINO

Dott.ssa. Franca Benini
Responsabile Centro regionale Veneto di Terapia del Dolore e Cure Palliative Pediatriche

  • Perché è importante valutare e trattare il dolore nel bambino?
    Il dolore è un sintomo molto frequente in età pediatrica. Più dell’80% dei ricoveri in ambito ospedaliero e circa il 60 % delle valutazioni ambulatoriali, presentano dolore come sintomo prioritario e/o di accompagnamento.
    Il dolore un sintomo particolarmente temuto dal bambino, un sintomo che mina in maniera importante l’integrità fisica e psichica del piccolo paziente, angoscia e preoccupa i suoi familiari con un notevole impatto sulla qualità della vita.
    E’ un sintomo trasversale, che accompagna molteplici patologie e/o situazioni e che non presenta limiti d’età. E’ infatti ormai certo che anche il neonato estremamente prematuro (dalla 23° settimana di gestazione) è in grado di “sentire” e “ricordare” il dolore, e che a parità di stimolo, lo percepisce in maniera molto più intensa, diffusa e prolungata rispetto alle età successive. Quindi quanto più piccolo è un bambino, a parità di stimolo doloroso, tanto maggiore è la quota di dolore percepito.
    Il dolore, soprattutto nel bambino, è un sintomo complesso e difficile: è un’esperienza multidimensionale e soggettiva, in cui lo stimolo trasmesso dalle vie nervose viene continuamente modulato (sia come quantità che come qualità) da molteplici fattori e situazioni, fra i quali importanti sono età, situazione clinica, ambiente, esperienze precedenti e ricordi e situazione emotiva. Il bambino inoltre è una persona in continua evoluzione fisica, psicologica e relazionale: questo complica sia la valutazione del dolore (diverso è valutare il dolore nel neonato, nel bambino e nell’adolescente) che la messa a punto di una adeguato intervento terapeutico.
    E’ un sintomo dannoso: numerosi studi hanno infatti confermato come un dolore non trattato abbia, in ambito pediatrico, effetti negativi sulla prognosi nel breve e lungo termine: si allungano i tempi di guarigione, aumentano le complicanze e molteplici sono le sequele a distanza sia da un punto di vista fisico che psicologico-emozionale.
    Inoltre è dimostrato che il dolore sperimentato nelle prime età della vita, lascia una traccia persistente nel sistema nervoso e contribuisce nel definire il livello di soglia del dolore in età adulta.
    Queste alcune delle ragioni per cui è necessario valutare il dolore e trattarlo in modo adeguato, in tutti i bambini ed in tutte le situazioni in cui tale sintomo può manifestarsi

 

  • E’ possibile capire quanto grande è il dolore percepito in un bambino?
    La valutazione del dolore in età pediatrica presenta alcune problematiche specifiche: limiti sono posti infatti dall’età del bambino, dal livello di sviluppo cognitivo, dalla situazione clinica nonché dalla frequente presenza di paura ed ansia che portano spesso il piccolo paziente a non dire o negare la presenza di dolore. Soprattutto l’età è un fattore discriminate: molto diverso infatti è valutare e misurare il dolore nel neonato e misurarlo invece nel bambino più grande o nell’adolescente.
    Per questo non esiste un metodo di misurazione del dolore valido per tutta l’età pediatrica, ma sono a disposizione scale diverse, che si adattano alle diverse età e situazioni.
    Fra le molte a disposizione, tre le scale più indicate per la misurazione del dolore nel bambino da 0 a 18 anni: nei bambini d’età inferiore ai 3 anni, si usa la scala FLACC, una scala che attraverso la valutazione del comportamento e delle espressione del viso del bambino, permette di capire se vi è dolore e quanto grande è il dolore provato;
    nei bambini d’età superiore a 3 anni ed inferiore a 8 anni, si usa la scala con le facce di Wong-Baker, attraverso la quale è il bambino stesso che, scegliendo la faccia con l’espressione più consona, ci dice quanto grande è il suo dolore;
    nei bambini d’età superiore/uguale a 8 anni si usa invece la scala Numerica, dove il bambino stesso, “misura” il proprio dolore dando un punteggio fra 0 e 10, dove 0 è assenza di dolore e 10 è il maggior dolore possibile.
    Strumenti specifici sono stati studiati per la misurazione del dolore in neonati e per i bambini che per situazione clinica o per patologia presentano problemi particolari quali i bambini/neonati ricoverati terapia intensiva con problemi neuro-cognitivi.
    Quindi possiamo dire che è sempre possibile capire quanto grande è il dolore in un bambino, in tutte le età ed in tutte le situazioni.

 

  • E’ corretto usare i farmaci analgesici in età pediatrica per il controllo del dolore?
    La risposta è certamente si! Nessun dolore è così piccolo da non meritare attenzione!
    Le conoscenze raggiunte infatti nell’ambito della terapia antalgica sono a tutt’oggi tali e tante da poter assicurare un corretto e sicuro utilizzo dei farmaci analgesici anche in età pediatrica.
    Il medico ha a disposizione molti farmaci ed una scelta adeguata permette il controllo del sintomo nella quasi totalità delle situazioni.

 

  • Oltre ai farmaci esistono altre strategie che aiutano il bambino nel controllo del dolore?
    Accanto all’uso dei farmaci sempre più frequenti  sono le indicazioni e le conferme di efficacia delle tecniche antalgiche non farmacologiche.
    Queste sono un insieme di tecniche che mettono il bambino a proprio agio, lo aiutano ad eliminare l’ansia e ad attivare i meccanismi nervosi che riducono il dolore.
    Si dividono in:
    tecniche di supporto: attraverso l’organizzazione di un ambiente gradevole, sereno e tranquillo si riduce l’ansia e limita il dolore percepito;
    tecniche cognitive: una adeguata informazione, la lettura di un libro, il racconto di una fiaba, la musica, sono strumenti che permettono un miglior controllo della situazione, riducono ansia e dolore;
    tecniche comportamentali: quali le tecniche di respirazione e rilassamento: fra queste le bolle di sapone sono le tecniche più utilizzate.
    Molte le possibilità di intervento anche in ambito della terapia fisica: le più usate sul bambino sono il massaggio, ed in mani esperte, le tecniche agopunturali.

 

  • Esistono Leggi che confermano l’importanza del controllo del dolore anche per il bambino?
    La Legge 38/2010, sancisce che la terapia del dolore è diritto del bambino. Stabilisce inoltre che vi è la necessità di una risposta, specifica e dedicata, per il paziente pediatrico, adeguata ai suoi bisogni ed alla sua peculiarità di persona in continuo cambiamento. La Legge inoltre garantisce alcune regole importanti per la gestione del dolore: sancisce che il dolore va sempre valutato, misurato e trattato efficacemente in tutti i reparti di degenza ed a livello dei servizi territoriali e che tutto il processo deve essere registrato in cartella clinica.

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