Le storie di Paola: “è come se, con la diagnosi, avessi avuto la mia piccola rivincita”

Ciao a tutti!
Eccoci con una nuova, si fa per dire, storia del nostro gruppo di sostegno “Noi quelli del dolore cronico”. In questa narrazione possiamo facilmente comprendere quante volte siamo costretti a passare per pazzi. Il dolore non si vede, quindi non esiste. Così non è necessario pensare, preoccuparsi o addirittura fare quel passetto in più che si chiama empatia, comprensione, persino compassione… che parola dolce…. Quante persone hanno dimenticato il significato della compassione: ti capisco e sono dispiaciuto per te. Assomiglia ad un abbraccio, un gesto fantastico che stimolando la formazione di endorfine dona benessere e pace. Certo il dolore non passa, ma quanto meglio si sopporta tra le braccia di qualcuno che ti dona affetto, fiducia e amore. Invece, in genere, noi dobbiamo abituarci a forza alle umiliazioni.
Ecco la nostra storia…
Il mio percorso iniziò a sette anni. Avevo forti dolori alle gambe che il medico liquidava velocemente come “dolori di crescita”. Nacqui nel 1961, tempi in cui non era usuale eseguire indagini e accertamenti. La mia mamma mi avvolgeva in una coperta calda e io aspettavo così che la crisi terminasse.

A scuola venivo rimproverata continuamente per “le gambe in movimento”, non sono mai stata in grado di tenerle ferme e ciò, fin da bambina, mi faceva sentire diversa dagli altri.
Con il passare del tempo arrivai a credere che il dolore fosse normale, parte della vita, addirittura lo associavo alla stanchezza fisica. Per me la fatica era sinonimo di sofferenza.
Ovviamente, crescendo, cominciai a chiedere il parere di diversi e molti medici e ad eseguire una lunga serie di analisi, sempre tutte negative. Ecco che cominciai a sentirmi ripetere in continuazione che il mio problema era psicologico. In parole povere ero isterica e depressa. Il meglio arrivò un giorno, quando un medico, si rivolse a mio marito, che mi aveva accompagnata alla visita, dicendogli, testuali parole, “cosa non farebbero per farsi fare due coccole”. Fu un’umiliazione tremenda. Per fortuna, mio marito, che ogni giorno viveva insieme a me il mio dolore, si trattenne, mi prese per mano trascinandomi via senza nemmeno salutare.
Le mie vicissitudini con i medici cominciarono a cambiare quando fui costretta a cambiare il pediatra a mia figlia poiché ormai quattordicenne.
La dottoressa che scelsi si accorgeva sempre della mia sofferenza e ad ogni visita non mancava di interessarsi ai miei problemi, tanto da arrivare a consigliarmi una serie di accertamenti. In effetti dovette insistere molto, perché io, ormai traumatizzata dalle numerose visite umilianti, non avevo più nessuna fiducia nei medici.
Finalmente, nel 2006, riuscì a convincermi portandomi alla diagnosi di “fibromialgia”. Finalmente il mio dolore cronico aveva un nome, quantomeno non ero pazza. Certo, le crisi non sono mai passate, il dolore mi accompagna, tuttavia, dopo una vita di vessazioni è come se, con la diagnosi, avessi avuto la mia piccola rivincita.

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