Un mare di emozioni 1 e 2

Un mare di emozioni. Immagini e parole dall’Hospice
A cura di Antonella Chiadini e William Raffaeli
Con la collaborazione di Alberto Vignali
Grafica di Enzo Maneglia Prefazione di Sergio Zavoli

Prima Edizione a cura di: Azienda USL Rimini, Associazione RQ (Ricerca e Qualità in Assistenza Sanitaria)
Le immagini nel testo riportano i dipinti presenti nell’Hospice e nel padiglione di via Ovidio, opera dei pittori Maurizio Minarini, Enzo Maneglia, Bruno Brolli, Lydia Brolli, Chiara Guglielmi, Armido Della Bartola, Luciano e Gino Maroncelli, Italo Paolizzi, Germano Ceschi.

Posso dire che sono stato mangiato dagli uomini e assolto dagli angeli.
(da “Le Piante Gridano” di Alda Merini).

L’ascolto è l’elemento fondante della relazione umana. L’aver messo in un semplice quaderno a disposizione di tutti nella sala comune dell’hospice, è stata una felice intuizione perché ha favorito un ascolto aperto e silenzioso. Quel quaderno è riuscito a far “parlare” e a far emergere la ricchezza di un vissuto.
Le pagine bianche si sono riempite, man mano, di emozioni che hanno trovato voce. Pagine depositarie di sentimenti legati da un unico filo conduttore: il linguaggio dell’anima nei momenti più drammatici della vita.

Vi si narra il pathos che accompagna un male incurabile, l’assistere un malato terminale, il commiato agli affetti più cari…
Anche le parole più semplici escono dalla profondità dell’Essere e assurgono a valori universali. Perciò abbiamo creduto importante farle diventare un patrimonio comune. Grazie a tutte le persone che ci hanno donato queste testimonianze.

Un mare di emozioni è un volume dedicato a tutte le persone che, in questi ani, hanno contribuito a costruire l’architettura umana dell’hospice di Rimini. Raccoglie i pensieri, le poesie, le dediche scritte sul quaderno dell’Hospice: un semplice quaderno a disposizione di tutti, nella sala comune, per dare spazio e voce a sentimenti, riflessioni, ricordi, ansie, timori e speranze. Parole e le frasi che, in forme e stili diversi, hanno come unico filo conduttore il linguaggio dell’anima nell’ora più drammatica della vita. Gli scritti ruotano attorno alla sofferenza che accompagna un male incurabile, l’assistere un malato terminale, il commiato dagli affetti più veri. E’ un linguaggio che grida emozioni sublimando il distacco e la perdita delle persone care.

Abbiamo scelto alcuni brani che ci sono sembrati significativi, pur sapendo che nulla, del quaderno, è senza valore e anche le parole più semplici escono dal cuore e parlano alla profondità dell’essere. Perciò meritano di diventare patrimonio di tutti. “Un mare di emozioni” sviluppa, nel titolo e nella grafica, la metafora del mare con il suo incedere delle onde. Come le onde lambiscono la riva portando emozioni sempre nuove, così, nel succedersi delle pagine, si susseguono pensieri e sentimenti, vere testimonianze di vita.
 
Incipit
E’ così che sento sono andate le cose, in questi anni di vita nella casa della sofferenza, in un angolo di quelle basse e ocra cassette, quasi nascoste alla vista dalle ombre dell’ospedale. Qua, dove come un marchio del tempo che trapassa, anche le pareti sono segnate da muffe in affresco, il tempo accompagna la nascita dei trapassi, lenti, per far maturare dal tragico il ricordo e una ristoratrice memoria.  Mentre la vita ci mangia, tra impotenza a dar corpo a risorse, inizia la nostra comune assoluzione: un evaporare nel ricordo che medica, nel divenire dolce memoria e tragedia dell’abbandono. Per dar corpo a chè non si perdano tracce di una consolazione, preghiera collettiva dell’Europa del novecento, toccate a caso da storie di altre sponde, apriamo il quaderno alla vista di una collettività,  affinchè lo assorba nel proprio cuore di esperienze.

La sofferenza nella persona terminale.

La sofferenza che invade la sfera personale e familiare dei pazienti affetti da malattie inguaribili é un evento complesso ed estremamente variegato che accompagna tutta la storia della malattia.

In essa si intrecciano gli elementi dello spirito e della carne: è in primis il dolore fisico del paziente colpito dalla malattia che colora di drammaticità la sua trasfigurazione corporale, ed è la sofferenza spirituale di chi avverte su di sé la percezione, inconscia o conscia, della morte. È l’angoscia che travolge la vita di chi vede il proprio caro in preda al dolore e vicino alla morte.

La mole di letteratura sul significato teologico e storico del dolore può aiutare ad elaborare (o ritrovare) un contesto in cui cercare risposte sul significato del soffrire, ma non risolve l’evento immanente che colpisce brutalmente l’individuo.

Per permettere che la persona malata possa vivere con dignità il proprio destino senza che il dolore insopportabile ne annulli i sensi e che il dolore possa essere un’esperienza salvifica, il dolore non deve divenire persistente e cronico e fisico, in un perdurare tragico e deprivato di senso, perché toglie sentimento al vivente e ne offusca la coscienza.

Nello stesso modo, perché la sofferenza, per i familiari colpiti dal lutto, possa divenire un motivo di riflessione capace di aprire alla vita e non di disperazione che rinchiude, anche per il rancore e la rabbia di cure negate, è indispensabile lavare le ferite dalla brutalità della tortura fisica e psichica che il dolore può imprimervi se persiste devastante per un tempo troppo lungo per la passione‑sopportazione di un uomo.

E’ dunque necessario che il dolore divenga comunicazione cosicché, uscendo dal silenzio, possa produrre Senso: per far ciò il dolore deve essere alleviato-dominato e dunque trasfigurato dalle carni allo spirito di una riflessione cui il paziente possa affidarsi per comunicare la propria angoscia e condividerla con le persone che lo circondano (familiari, sanitari, amici): il dolore diviene così patimento e rivelazione; è evento personale ma anche universale; è esperienza che diviene linguaggio sottraendo alla sofferenza individuale l’angoscia di essere soli e consentendo a chi lo condivide con passione (e quindi è compassionevole) di elaborarne il senso per la propria accettazione.

L’errore che bisogna evitare è quello di pensare che la sofferenza e il dolore del paziente siano eventi personali legati inscindibilmente al senso tragico della malattia, per cui di fronte ad essa la società si debba ritrarre.

Gli stessi familiari, abbandonati dal contesto sociale, tendono a subire l’evento quale destino che annulla ogni speranza e il paziente viene circondato misericordiosamente da una compassione che lo accompagna silente e tragicamente impotente alla morte.

Lo sconforto per l’impossibilità della guarigione tende a rendere i gesti sanitari e affettivi misurati per non tradire l’evento con la persona malata e commisurati ad un’assistenza ove ogni cura del dolore viene racchiusa nell’accettazione di una sofferenza maggiore.

Il paziente al contrario ha necessità durante il suo viaggio finale di essere circondato dalle presenze sicure dei propri affetti e la famiglia, in questa comunione di dolore, ha necessità di riferimenti di amici ma anche di personale sanitario capace di dialogare con la sua sofferenza e alleviarne l’angoscia non mediante la passiva rassegnazione, ma la lotta per liberare il proprio congiunto dalla disperazione dell’evento solitario e dalle atrocità del dolore fisico: ciò deve essere fatto perché è possibile farlo.

William Raffaeli

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