“Sono cresciuto con il dolore”… La storia di Luca

Racconti di soglia – Narrazioni dal vissuto del dolore

nell’immagine un’opera dell’artista Lidia Bagnoli

Luca Leone è cresciuto con il dolore, ha travolto la sua adolescenza e ha scandito la sua giovinezza al ritmo delle operazioni alla schiena. Ha rinunciato alla leggerezza dell’età, e nonostante questo è diventato un uomo realizzato nella famiglia e nel lavoro. Oggi ha 31 anni e sulle spalle porta 6 interventi alla colonna vertebrale e 11 di terapia antalgica, la sua storia è terribile, eppure dimostra come la forza e la positività possano costruire sempre e comunque un futuro.

«E’ iniziato tutto nel 1999, avevo 15 anni, era il giorno di San Valentino e nel paesino in cui vivo c’era la festa di carnevale. Con gli amici giravo in bicicletta vicino alla piazza principale, a un certo punto mi sono fermato per soffiarmi il naso, mentre ero fermo una macchina è sbucata da una via laterale mi ha investito. Avrebbe avuto 50 metri per vedermi e frenare, ma mi è arrivata addosso a 40 km all’ora; ha cambiato per sempre la mia vita. Sono rimbalzato in aria, poi contro il parabrezza, poi sul cofano e poi a terra, ho avuto un trauma cranico e un ematoma alla gamba, ma all’inizio non ho avuto dolore alla schiena. Non mi hanno neppure fatto i raggi alla colonna, nessuno al momento dell’incidente si è accorto delle rotture discali. Solo dopo qualche tempo è comparso il dolore, e continuava ad aumentare. Ho iniziato a sentire diversi ortopedici, dicevano che non era nulla di grave, ma il dolore aumentava sempre di più. Nel 2006 ho iniziato ad essere seguito da chirurghi vertebrali, lo specialista che mi ha visitato mi ha subito detto che avevo una brutta schiena e che era da operare; in cinque anni ho fatto 5 interventi, sempre più pesanti, eppure dopo ogni operazione il mio dolore non diminuiva. Avevo aperto un bar ma sono stato costretto a venderlo, non potevo più sopportare di stare tante ore in piedi, cominciavo ad avere problemi anche alle gambe.

Nel 2011 ho incontrato lo specialista di terapia antalgica che tutt’ora mi segue, su di me ha tentato di tutto: abbiamo sperimentato ogni tipo di intervento e terapia, gli elettrostimolatori e una pompa intratecale a infusione. Nel 2014 mi mandò dal professor Raffaeli per fare un intervento, mi fece conoscere la Fondazione ISAL, pur mettendomi realisticamente di fronte al fatto che la mia schiena era davvero disastrata, iniziò a tentare diverse terapie. La pompa intratecale che rilasciava morfina finalmente mi alleviava il dolore, stavo un po’ meglio nonostante non potessi dire sto bene. Ho continuato a consultare specialisti, ne ho visti 5 in tutta Italia e tutti mi hanno detto che dovevo operarmi di nuovo: mi si era formata una cifosi, mi si erano piegate le vertebre all’interno. Per farlo però è stato necessario togliere la pompa. Ho fatto il sesto intervento quattro mesi fa, è stato devastante, il più pesante di tutti: hanno dovuto inchiodarmi da metà schiena all’osso sacro, spaccarmi venti centimetri si ossa che mi si erano fuse negli interventi precedenti. Ora sono senza pompa, ho molti dolori e sto andando avanti con dei cerotti di morfina che mi danno un po’ di sollievo. Ormai devo convivere con questo dolore cronico, non ci sono più alternative, la mia schiena è stata operata troppe volte. Cominciavo ad avere delle difficoltà a camminare ed ora mi hanno raddrizzato, anche esteticamente, ma vivo sempre con gli stessi dolori, sempre negli stessi punti.»

Chiedo a Luca di farmi qualche esempio delle cose a cui ha rinunciato nella sua giovinezza, mi parla di tuffi in piscina, del calcio e del tennis a cui amava giocare, ma soprattutto una parola accoglie molto di più, mi dice che ha rinunciato al divertimento: si è sentito invecchiare in anticipo.

Dal modo in cui Luca mi parla della sua famiglia si colgono due cose, il fatto che sia un ragazzo molto amato e il fatto che nonostante il dolore sia stato capace sempre di ricambiare questo amore senza comprometterlo. Mi parla del padre, della madre, del fratello, di sua moglie con cui ha condiviso questi anni e del loro bambino di tre anni che si accorge della cicatrice e si preoccupa per lui. «Avevo paura che questo mio problema potesse condizionare la mia vita affettiva, invece non è mai successo, neppure quand’ero più giovane. Io sono uno che non si lamenta, ma mia moglie e mia madre capiscono anche senza che io parli, tutti nella mia famiglia mi hanno sempre aiutato. Di fronte a questo intervento, che era molto pesante e molto rischioso, sapevo che avevo l’affetto di mia moglie vicino e il bambino che mi aspettava a casa»

Raccontami il tuo dolore con delle immagini: «Ti alzi e senti qualcuno che ti infilza, sono come coltellate dentro. La cosa più difficile sono i movimenti banali: piegarmi anche solo per lavarmi la faccia o mettermi le scarpe. Mi sento come un piccolo animale che cerca in tutti i modi di sopravvivere. Sono cresciuto con il dolore e il dolore per me è come una cosa che mi porto sempre dietro, come non esci senza portafoglio, io non esco e non mi alzo mai senza il dolore»

Il grande rimpianto di Luca è stato non poter continuare il lavoro di suo padre, ereditarlo insieme al fratello, come accade in tante famiglie. Avrebbe portato avanti l’impresa di idraulica e muratura.

Oggi Luca ha comunque un lavoro che gli piace, lavora in ufficio in una officina ed è soddisfatto di quello che fa.

«Ho sempre combattuto, non ho mai mollato, ho girato tutta l’Italia perché ho sempre avuto la speranza di stare meglio, e per questo ho affrontato tutti questi interventi anche rischiosi»

Il dolore di Luca non ha mai portato con se la depressione, nel suo nome c’è il simbolo animale della forza e del coraggio, e lui è davvero un Cuor di Leone, portato così presto al limite della giovinezza, ha costruito quella vita matura che molti suoi coetanei per paura rimandano, ed ora anche per questo è un combattente migliore.

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