“C’è qualcosa di antico e di sano nel Giro d’Italia”: Vittorio Adorni ci racconta la sua Italia

ISAL è tra le Onlus che in questi giorni seguono la carovana del Giro d’Italia, di tappa in tappa informiamo le persone sul nostro impegno nella ricerca e sull’opera concreta al fianco dei pazienti.

Un’intuizione che dobbiamo al nostro ambasciatore Vittorio Adorni: non solo un campione,  ma anche un grande comunicatore, il primo sportivo ad entrare con il suo volto e la sua voce nelle case degli italiani attraverso la Tv.

In una lunga intervista il grande ciclista ci sta raccontando la sua storia: nella storia prima parte, uscita mercoledì scorso, ci ha fatto vivere da vicino il modo in cui gli atleti fronteggiano il dolore e lo trasformano in vittoria. Oggi Adorni non solo ci parla di come sia cambiato il ciclismo dai suoi anni eroici ad oggi, ma ci racconta come il Giro d’Italia sia un’occasione unica, una enorme festa che tocca anche il più piccolo paese e un fatto culturale che racconta la nostra storia in modo sano e antico.

Rispetto all’epoca del ciclismo che ha vissuto lei, come è cambiata oggi la possibilità di resistere al dolore e alla fatica? Avevate una soglia del dolore più alta?

Sì, era una cosa un po’ eroica, avevamo la maglia di lana anche quando era caldo e non avevi acqua da bere… Oggi se il corridore alza il braccio arriva l’ammiraglia e gli dà la borraccia, noi partivamo con due borracce d’acqua e fino al centoventesimo chilometro non c’era più nessun rifornimento. Dopo gli ultimi 50 km c’erano dei corridori gregari che si fermavano nei bar o alle fontane a prendere da bere per il capitano che aveva sete. Poi oggi la tecnica è molto diversa dalla nostra, che era molto terra terra: ognuno di noi doveva arrangiarsi, mentre oggi hanno l’allenatore sportivo, il manager, il preparatore, il motivatore e tutte le persone che servono per fare attività sportiva. Usano pantaloncini e magliette che tengono il caldo e il freddo, hanno delle biciclette che pesano 4 kg e mezzo in meno rispetto a quelle che usavamo noi. E’ difficile spiegarlo, la gente ci chiede come facevamo… Facevamo quello che potevamo. Oggi le medie sono più alte anche perché i corridori sono più allenati, hanno le biciclette migliori, è come paragonare una macchina di 50 anni fa con quelle di oggi.

Mi racconta un aneddoto eroico?

Quando ho vinto il giro del Belgio, negli ultimi 50 km dell’ultima tappa ero secondo in classifica e nevischiava. Era un Aprile gelido, a 20 km dall’arrivo ho chiamato i miei gregari compagni di squadra e gli ho detto: «Ragazzi ritiriamoci, non riusciamo più a resistere» ma loro dicevano «No! No! Dai! Sei secondo in classifica!» ho tenuto duro. Arrivato alla salita mi sono tolto i guanti e la maglia, ero tutto bardato come se andassi a sciare sul Cervino e alla fine sono rimasto con la maglietta a maniche lunghe e i pantaloncini corti senza guanti. Mi sono detto: o vado all’ospedale o ce la faccio, ho scattato su uno strappo, a un certo punto non riuscivo più a pedalare dal male alle gambe che avevo. Sono riuscito a resistere per 50 metri più degli altri, quando sono arrivato su c’era uno in fuga, l’ho preso e ho vinto il giro del Belgio con la faccia gonfia dal freddo! Però dopo sono stato due ore in albergo a tremare dal freddo e per un periodo sotto i piedi non ho avuto sensibilità per il congelamento. A pensarci bene eravamo dei matti, però la bellezza, la voglia e la passione di fare del ciclismo non ci hanno mai fermato.

Il dolore del ciclismo è anche il rischio della caduta?

Succede, una volta a Minturno sono caduto e ho rotto il tendine del dito indice della mano sinistra. Avevo vinto la tappa il giorno prima e mi sono dovuto ritirare, poi  mi sono operato, sono stato fermo quasi un mese perché con quel dito non potevo andare in bicicletta. Poi sono andato al Giro di Spagna senza tanto allenamento e sono arrivato quinto, al giro d’Italia in cui ha vinto Merckx sono arrivato secondo, ma qualche mese dopo, il primo di settembre a Imola ho vinto il mondiale. Nello sport c’è il rischio di rompersi qualcosa, ma ci vuole una grande volontà, perché il mondo non si ferma.

Una riflessione sull’importanza del giro d’Italia come fatto culturale. E’ più di un evento sportivo, fa parte della storia del nostro Paese.

Il Giro d’Italia passa per tutte le strade d’Italia, non paga niente nessuno, vengono a vedere. Lei non ha idea di cosa succeda sulle sulle dolomiti o sulle alpi, dove la gente va qualche giorno prima, prende posto con il camper o in albergo, aspetta i corridori. Non ha idea di quanta gente sia sulle strade a vedere il giro d’Italia.

Credo che la fortuna dei ciclisti, per lo meno quelli che sono riusciti a vincere qualcosa, sia l’essere sempre riconosciuti da qualcuno, anche dopo tanti anni. Quando sono in altre città mi capita ancora oggi di essere salutato per strada, mi dicono «Buon giorno Adorni». Nel ciclismo è accaduto a tanti, siamo conosciuti un po’ tutti, i ciclisti che vengono da piccoli paesi e fanno il Giro nei loro paesini diventano degli idoli. Io sono dell’idea che il Giro d’Italia porti una giornata di benessere e di salute a tutti quelli che vanno a vedere, non sono mai successe cose brutte al Giro. C’è qualcosa di antico e di sano nel Giro d’Italia, che porta anche all’amore per i luoghi della nostra terra: durante il Giro d’Italia noi andiamo veramente a casa di tutti. Quest’anno partendo dalla Sardegna, si va in Sicilia sull’Etna, e poi al centro Italia e fin sulle Alpi e poi sulle Dolomiti. Ogni giorno siamo più di 2000 persone a seguire il Giro.

Ha qualche aneddoto legato al Giro che porta nel cuore?

Dopo il Giro d’Italia, l’anno in cui sono arrivato secondo, la Rai tramite Sergio Zavoli ha voluto che conducessi una trasmissione, Liana Orfei che era la mia valletta. Si chiamava ”Ciao Mamma”, tutte le settimane andavo a Milano a registrare la trasmissione e intanto mi allenavo. Quando sono andato a fare il mondiale mi ha sostituito Alberto Lupo, un grande attore, però il mondiale l’ho vinto e la Rai ha riaperto la trasmissione che aveva già chiuso le registrazioni. Sono dovuto andare a Milano il lunedì e rimettermi subito in pista in Tv. E’ stato bellissimo perché sono entrato in un mondo diverso, dove erano tutti artisti, cantanti, attori.

Chiedo a Vittorio Adorni di raccontarmi come è iniziata la sua carriera anche televisiva.

Tutti i giorni durante il Giro Sergio Zavoli voleva che io andassi a commentare insieme a lui la tappa. Alla fine gli autori della trasmissione di Pippo Baudo sono venuti a casa mia a propormi di condurre questo programma. Io non ero molto convinto, chiesi a Zavoli se credeva ne sarei stato in grado e lui mi disse: «Sì, lo puoi fare!». Perfino Pippo Baudo mi ha detto: «non preoccuparti, ti vengo ad aiutare anche io». Sono stato il primo sportivo ad andare a parlare con il telecronista e a fare tv, poi ho seguito il ciclismo per vent’anni come spalla di De Zan.

E’ stata sua l’intuizione di portare ISAL al Giro d’Italia, come le è venuta questa idea?

Ho pensato che il Giro d’Italia con la sua carovana fosse importante per essere visibili a tante persone, all’arrivo è facile incontrare le televisioni e parlare con tanti giornalisti. Tutti coloro che seguono la carovana hanno grande possibilità di far conoscere e divulgare ciò che fanno, una promozione che realtà non profit come ISAL altrimenti non potrebbero fare.

C’è qualcosa che vorrebbe dire ai giovani ciclisti che affrontano le loro battaglie, anche non  necessariamente nello sport?

Il ciclismo e lo sport sono come il lavoro. Quando uno inizia a lavorare e non sa fare molto, sono necessari sacrifici per imparare, e non si è mai imparato abbastanza. Prima si è tutti ragazzi, poi si passa al professionismo, ma dopo i 35 anni bisogna smettere, il ciclismo è uno sport che non dura tutta la vita. Io ho smesso a 33 anni, avrei potuto continuare ancora per qualche anno ma avevo già aperto un ufficio di assicurazioni e avevano bisogno che fossi presente. L’assicurazione l’ho portata avanti fino alla pensione e adesso i miei figli portano avanti quello che ho creato. Bisogna pensare a pedalare ma anche al futuro: vincere, fare sacrifici, andare a letto presto, allenarsi, mangiare in modo molto regolare. Questa vita da carcerati e certosini aiuta a vivere anche meglio dopo, pochi corridori diventano grassi. Oltre a pedalare, fare fatica, sentire dolore, con lo sport si trovano anche benefici per vivere fino a ottant’anni, io li compirò a novembre.

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