“Eravamo forti insieme, in pedana e nella vita” Fabrizia D’Ottavio ci racconta le farfalle della ginnastica e il modo in cui affrontano il dolore

Anche la ginnasta Fabrizia D’Ottavio è tra i campioni dello sport che tengono alta la bandiera di ISAL oltre che quella dell’Italia alle olimpiadi e nel mondo. Entrata ufficialmente dal 2002 nel Team Italia nel 2004 con cui ha vinto l’argento alle olimpiadi di Atene, nel 2005 ai Mondiali Baku le azzurre si aggiudicano 1 oro, 2 argenti, nel 2006 agli Europei di Mosca 2 argenti e 1 bronzo, nel 2007 ai Mondiali di qualificazione a Patrasso 3 argenti, nel 2008 agli Europei di Torino 1 oro, 1 argento e 1 bronzo, aggiudicandosi il $ posto ai Giochi Olimpici di Pechino. Nel 2007 Fabrizia ha ricevuto la Medaglia d’Oro al Valore Atletico dal Coni. In seguito Fabrizia ha declinato il suo talento sportivo anche nello spettacolo, non solo come commentatore tecnico per Sky durante le Olimpiadi di Baku ma anche lavorando con Daniel Ezralow per la coreografia d’apertura del Festival di Sanremo e collaborando a celebri programmi Tv come Fiorello Show e Amici.

Perché ha scelto di essere al fianco di ISAL come ambasciatrice nella battaglia contro il dolore cronico?

«Mi sono sentita da subito molto vicina a questa realtà, so che il dolore è parte della vita in diverse forme, a volte diviene una vera e propria patologia a cui dovrebbe essere data importanza riconoscendone il peso, anche per le conseguenze negative che può arrecare alla vita di una persona. Ho deciso di dare il mio contributo per questa causa perché quella del dolore è una voce che si deve far sentire un poco di più.»

Gli atleti vivono in prima persona il dolore nel superamento del proprio limite e con un obiettivo sempre spostato in avanti, anche per questo sono esempi nell’affrontare il dolore.

Può raccontarci il modo in cui il dolore entra nella sua disciplina e come riesce a superarlo?

«Nella mia disciplina, come in tutti gli altri sport, il dolore non entra come vera patologia ma è una costante che ci accompagna lungo tutto il percorso, un dolore che può essere classificato, individuato dal punto di vista fisico, ma anche un dolore morale.

Fin da piccolina ho dovuto spostare l’asticella della mia sopportazione del dolore, perché le ginnaste per effettuare determinati movimenti devono avere una mobilità articolare molto accentuata, che va al di là del movimento naturale di cui madre natura ci a dotato; per raggiungere questa mobilità c’è un allenamento che all’inizio risulta doloroso, è un gradino che ci si trova a superare già da piccine. Questo è uno sport che si inizia intorno ai cinque anni, tra i cinque e gli otto anni è il momento migliore per intervenire sul corpo e plasmarlo, già da piccoline siamo abituate a sopportare delle sollecitazioni forse maggiori che in altri sport.»

Il dolore cronico nei bambini è una delle parti più misteriose di questa patologia, difficile da individuare e classificare. Colpisce che un bambino possa essere tanto determinato, concentrato e volitivo; come era a cinque anni affrontare il dolore per raggiungere un obiettivo? Come è nata in lei fin dall’infanzia questa voglia di arrivare a un risultato?

«C’è un fattore di personalità in gioco, me ne sono resa contro anche ultimamente allenando bambine piccole: spesso salta all’occhio come ci siano delle bambine che fin da piccole sono molto inquadrate, disposte a stringere i denti perché sanno che non è un dolore fine a se stesso, sanno che lo si fa per migliorare. Sembra una cosa eccezionale, ma queste bambine molto inquadrate a me capita spesso di incontrarle e a detta dei miei genitori anche io ero così.

Fin da piccolina mi piaceva fare le cose per bene, ero molto precisina e perfezionista e sapevo che per fare le cose bene dovevo sopportare cose che non mi piacevano al centro per cento.

Naturalmente è fondamentale che ci siano degli adulti consapevoli, allenatori che sappiano come muovere i corpi delicati delle bambine e il supporto della famiglia.

Io vengo da una famiglia di sportivi e il mio papà mi ha trasmesso il senso del sacrificio come fatica per un miglioramento personale, ovviamente tutto mi veniva trasmesso in forma di gioco, con molta leggerezza, però evidentemente ha avuto il suo effetto.»

Ricorda un suo trucco o un segreto di concentrazione dell’infanzia che riesce a trasmettere alle bambine con cui lavora?

«La mia prima gara non andò bene per niente, dimenticai tutto l’esercizio. Da quell’esperienza negativa e da quella prima gara piuttosto traumatica imparai a prenderla in maniera più leggera, quando arrivavamo al palazzetto per la gara cercavo di fingere che fosse un semplice allenamento, come quando si immagina di essere in un bosco giocando, cercavo di non vedere tutta quella gente intorno, di far caso solo alla mia allenatrice e di fare finta che non fosse una gara. Una cosa che mi sono portata negli anni, anche in contesti come quello olimpico mi è tornata molto utile l’arte di sapermi isolare, chiudermi in una bolla con le mie compagne di squadra e non pensare a nient’altro.»

Qual è il suo pensiero mentre è in pedana?

«Nelle gare più importanti della mia vita è stato fondamentale il fatto di non affrontarle da sola ma in  in gruppo. Per noi era un gesto scaramantico chiuderci in cerchio, ci scambiavamo energia e sicurezza con gli occhi e ci stringevamo fortissimo le mani, in quei 15 o venti secondi cercavamo davvero di chiuderci in una bolla e isolarci per non essere travolte da migliaia di spettatori e da questa giuria che ti scruta dalla testa a alla punta dei piedi. Fingere di non avere tutta questa gente intorno e concentrarsi solo sulla musica e sull’esercizio è una cosa alla quale ci siamo allenate negli anni, da bambina lo fai per gioco, poi diventa una vera e propria tecnica affinata negli allenamenti e nelle gare di avvicinamento all’olimpiade.»

Un segreto per imparare a farlo?

«Chiudere gli occhi e ripercorrere mentalmente l’esercizio, io lo facevo concentrandomi soprattutto sui passaggi più difficili, li visualizzavo eseguiti in modo perfetto. Rivedevo così l’esercizio intero veloce come quando si manda avanti un film perfetto, forse farlo ti porta poi ad agire proprio in quel modo.»

Il dolore nel suo sport è anche legato alla possibilità di infortuni

«Gli infortuni sono dolorosi dal punto di vista fisico, ma aprono anche delle ferite psicologiche: a causa di un infortunio si vede svanire il proprio sogno di partecipare ad una gara o si perde il proprio posto nel team. Nella mia esperienza sportiva ne ho vissute diverse di queste situazioni, però sono sempre riuscita a superarle grazie a due aiuti: la grandissima voglia di realizzare un sogno che avevo fin da piccolina e per il quale ero disposta a fare tutto e a giocarmi il tutto e per tutto e la fortuna di lavorare con un team di ragazze meravigliose, con le quali sono cresciuta e che mi hanno dato tutto il supporto psicologico necessario per superare i momenti di difficoltà.

Siamo diventate grandi in simbiosi, influenzandoci a vicenda e completandoci a vicenda, eravamo tutte ragazzine molto diverse, per carattere e anche nel modi di reagire, ma abbiamo dato vita a una squadra molto forte, lo era in pedana perché lo era al di fuori, in quello che viene chiamato il terzo tempo del rugby, il tempo dello spogliatoio della vita insieme. Le mie compagne sono state davvero fondamentali, da sola ci avrei messo più tempo e il sogno l’avrei realizzato solo parzialmente.»

Può raccontarci come è andata?

«Ho subito per due volte lo stesso tipo di infortunio: una frattura al piede. La prima frattura arrivò proprio nel momento in cui entrai ufficialmente nel team delle sei ginnaste titolari. Erano passati pochi mesi dalla chiamata in nazionale, mi ero appena trasferita e avevo appena iniziato il mio percorso; in un movimento veramente stupido mi sono rotta il piede. Quell’anno avevamo in programma sia gli europei che i mondiali di qualificazione in vista delle olimpiadi di Atene l’anno successivo, era un anno importantissimo, dieci giorni prima degli europei rimasi a casa e persi la mia prima gara. Dopo l’europeo vengo di nuovo ammessa tra le titolari, lavoro tantissimo in vista dei mondiali di qualificazione e durante una gara, proprio a metà di un esercizio, mi si rompe l’altro piede. Una frattura da stress proprio mentre eravamo in pedana, non potevo comunicare con le mie compagne perché nel nostro sport è penalità, ho dovuto continuare l’esercizio con il piede rotto per un minuto e mezzo, cercavo almeno di correre da una parte all’altra per non far cadere gli attrezzi, rimasi a casa con il piede rotto anche per i mondiali di qualificazione. Questa volta ho avuto proprio un tracollo fisico e psicologico, pensavo di essermi giocata l’olimpiade, tanto più con con una squadra che anche senza di me si era affermata tra le prime tre del mondo. Invece l’anno dopo sono riuscita finalmente a gareggiare con entrambi i piedi.»

Quale pensiero l’ha tenuta in piedi in quel minuto e mezzo in cui hai continuato a fare l’esercizio con il piede rotto?

«L’unico pensiero era la squadra, per una ragione di punteggi per la squadra era meglio avere un punteggio basso che l’annullamento. Non ho ragionato per Fabrizia ma per il gruppo. Eravamo diventate davvero un tutt’uno e questo si manifestava anche in pedana, nel ragionare sempre tenendo come focus principale il gruppo e non se stesse. Non era una cosa che mi costava, mi è venuto naturale in quel momento.»

Anche alle persone che combattono con il dolore darebbe questo consiglio?

«Sì, è davvero un consiglio importante, cercare di non isolarsi, sentirsi parte di qualcosa, condividere il proprio dolore sia fisico che mentale cercando di prendere la forza dagli altri: è uno scambio che si attiva in maniera naturale con le persone che ci vogliono bene e a cui vogliamo bene.

Anche quando è automatico chiudersi in se stessi, aprendosi agli altri si attiva questo scambio di energie e di positività, magari non guariscono il dolore fisico ma guariscono quello mentale e la mente è in grado di fare cose enormi.»

Ha lavorato molto anche nell’ambito artistico e televisivo, può raccontarci un aneddoto che le è particolarmente caro in questo ambito?

«Una delle cose più spettacolari che mi è capitato di fare è stato per il carnevale di Venezia del 2012 nell’abbinamento carnevale-olimpiadi. Hanno associato il tradizionale volo dell’aquila dal campanile di San Marco con l’immagine del team degli Azzurri, come idea di forza e di coraggio. Io ho vestito i panni dell’aquila azzurra e ho rappresentano tutta la spedizione degli Azzurri che avrebbero gareggiato a Londra qualche mese dopo. Sono letteralmente volata giù dal campanile di San Marco, un volo di quasi cento metri ed un’esperienza meravigliosa: è stato bellissimo il calore che ho ricevuto, il vedere la piazza sotto di me minuscola e piena di gente col naso all’in su che alzava le mani come se volesse toccarmi. Sono statu 8 minuti di discesa meravigliosi un’emozione davvero fortissima quella dell’altitudine, e una delle esperienze più belle che ricordo unendo spettacolo e sport. Io sono sempre stata nella categoria farfalle, la squadra nazionale di ginnastica è stata soprannominata la squadra delle farfalle fin dalle Olimpiadi di Atene, quella volta mi hanno trasformato in un altro animale volante coperto di piume.»

Che progetto c’è nel suo futuro?

«Il progetto è quello di rimanere nel mondo sportivo, ma non necessariamente come allenatrice, anche se tengo stage in tutta Italia dedicandomi all’allenamento delle più piccole; mi piace anche lo sport vissuto in altre vesti e da dicembre ho iniziato un nuovo percorso, sono in consiglio federale nella federazione ginnastica come rappresentante atleti. Sto facendo esperienza in questo nuovo ruolo, vivere la ginnastica da un altro punto di vista mi piace molto e spero possa continuare negli anni.»

Nella foto Fabrizia D’Ottavio (la seconda da sinistra) insieme al suo Team

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