I costi del dolore cronico: in Europa bruciati ogni anno 300 miliardi di euro

Milioni di persone in tutta Europa, circa un adulto su cinque, soffrono di dolore cronico, con inevitabili conseguenze sulla qualità della vita, ma anche sul lavoro, sul reddito e sull’economia delle nazioni. A lanciare l’allarme è l’indagine “The painful truth. State of pain management in Europe”, realizzata da alcune organizzazioni internazionali impegnate nella lotta al dolore come l’inglese Action on Pain, la spagnola Efhre Sine Dolore e la tedesca Deutsche Schmerzliga.

Cala il reddito e aumentano le spese. L’indagine, condotta in Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito su più di 1.000 persone da 18 a 64 anni affette da dolore cronico, ha infatti rivelato che più di un terzo riscontra difficoltà a svolgere normali attività quotidiane, comprese quelle lavorative, tanto che ha avuto una riduzione del proprio reddito familiare pari a circa il 31% (in media cinquemila euro l’anno). Non solo: secondo le stime il dolore cronico costa ai sistemi sanitari europei intorno ai 300 miliardi di euro ogni anno, di cui circa il 90% è da attribuire a perdita di produttività, previdenza sociale e assistenza.

“Molti pazienti devono fare parecchie visite prima di essere indirizzati a specialisti e questo può essere molto frustante per chi convive costantemente con il dolore – dice Harry Kletzko, vicepresidente dell’associazione tedesca contro il dolore –. Il dolore influisce pesantemente sulla vita, anche semplici azioni come alzarsi dal letto possono diventare estremamente complicate. E dal momento che il dolore cronico è difficile da descrivere, solo un medico specialista può capire effettivamente da che cosa sia causato e che cosa comporti”.

Inoltre, le persone affette da dolore cronico, ma anche gli operatori sanitari, spesso non hanno le informazioni e le conoscenze adeguate sulle terapie disponibili e per questo le associazioni coinvolte nell’indagine hanno chiesto a tutti i Paesi europei di sviluppare piani nazionali per informare i cittadini e fornire a medici e specialisti gli strumenti operativi per diagnosticare e trattare le diverse patologie.
 
La situazione in Italia. Simile lo scenario in Italia, sebbene il nostro sia tra i pochi Paesi ad avere una normativa specifica, la legge 38/2010, che regola l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. “L’applicazione della legge si scontra però con la scarsa informazione alla popolazione e con l’insufficiente conoscenza dei medici di famiglia delle metodiche di trattamento del dolore cronico” dice Paolo Poli, direttore della Unità operativa di terapia del dolore presso l’ospedale di Santa Chiara di Pisa.

Così, anche il 27% degli italiani con dolore cronico conferma di avere ripercussioni sul lavoro, con una media di 12,5 giorni di assenza nell’ultimo anno. Tre pazienti su 10 ritengono di avere perso delle opportunità professionali e hanno registrato una diminuzione media del loro reddito intorno al 24%. Ugualmente compromesse la vita quotidiana e le relazioni personali: fare il bagno o la doccia risulta complicato per il 36% dei pazienti, svolgere lavori domestici per il 58%, guidare per il 45% e arriva al 64% la percentuale di chi attribuisce al dolore cronico i problemi nei rapporti di coppia.

Difficile per gli italiani anche trovare una soluzione alla propria patologia. Quasi due terzi (il 61%) si rivolge al medico di base, ma ben il 31% non ritiene di ottenere adeguato supporto. Un terzo conferma di avere provato tre o più terapie, ma il 70% continua ad avvertire il dolore cronico per più di 12 ore nonostante i trattamenti. Il 42% si ritiene mediamente soddisfatto delle terapie farmacologiche, mentre uno su 10 le definisce inadeguate e insoddisfacenti. Infine, solo due pazienti su 5 affermano di avere sentito parlare di tecnologie innovative quali, per esempio, la stimolazione midollare, ma il 16% non sa esattamente di che cosa si tratti.

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