Il punto sulla legge 38/2010: avanti, piano

Il dolore si può e si deve curare, è un diritto sancito dalla legge 38/2010, che regola l’accesso alla terapia del dolore e prevede servizi efficienti in ogni città. Ma le Regioni sono ancora in ritardo: non è possibile che in Italia si debba chiedere che, a tre anni dalla sua promulgazione, una legge venga applicata per misericordia”. A dirlo è il professor William Raffaeli, presidente della Fondazione ISAL, che il prossimo 12 ottobre scende nelle piazze di una novantina di città italiane (con iniziative anche all’estero) per la terza edizione della Giornata internazionale Cento città contro il dolore.

In attuazione a quanto previsto dalla legge 38/2010, il 25 luglio 2012, in sede di Conferenza Stato-Regioni, è stata raggiunta l’intesa per definire i requisiti minimi e le modalità organizzative per le unità di cure palliative e di terapia del dolore, determinandone standard qualitativi e quantitativi. Da allora, però, “sono otto a oggi le Regioni italiane che hanno recepito con una delibera l’intesa” ricorda in un messaggio alla Fondazione ISAL il sottosegretario alla Salute Paolo Fadda. “Attraverso tali atti normativi l’avvio di un modello assistenziale di terapia del dolore può svilupparsi sul territorio regionale”. È auspicabile, aggiunge il sottosegretario, che in breve tempo tutte le regioni italiane siano in grado di “rispondere all’esigenza primarie di fornire cure adeguate ai bisogni del paziente, per ogni età e in ogni luogo di cura, sull’intero territorio nazionale, garantendo equità nell’accesso ai servizi e qualità delle cure”.

Una delle cause del ritardo nell’applicazione delle normativa sul dolore e le cure palliative sta a monte, ovvero nel titolo V della Costituzione, che rende ogni Regione autonoma in materia sanitaria. “L’applicazione della legge sta avendo velocità e tempi diversi – continua il professor Guido Fanelli, presidente della Commissione nazionale cure palliative e terapie del dolore presso il ministero della Salute –. Alcune Regioni sono in regola, altre sono indietro e altre ancora sono andate fin troppo avanti”. Il problema diventa quindi rendere uniformi le reti di terapia del dolore, in modo da garantire pari diritto e pari servizi a tutti i cittadini, dalla Sicilia alla Val d’Aosta.”Ma servono anche informazione e formazione – continua Fanelli –. È drammatico che il 70% dei cittadini non conosca che c’è una legge che li tutela per la cura del dolore e che non lo sappia neanche il 50% dei medici”.

Insomma, la battaglia per la cura del dolore è ancora lunga. Basti pensare all’uso, spesso inappropriato, dei farmaci e al perdurare di alcuni tabù. “In Italia si continua a spendere mezzo miliardo di euro all’anno per i Fans (gli anti-infiammatori), contro l’80 milioni di euro per gli oppioidi” aggiunge il professor Fanelli. Anche secondo un’indagine realizzata dalla Fondazione ISAL, gli antinfiammatori sono ritenuti dal 39% degli italiani i farmaci più utili, seguiti dal paracetamolo (24%). Solo al terzo posto (14%) gli oppiacei, che però sono consigliati addirittura dall’Organizzazione mondiale della sanità per il trattamento del dolore cronico d’intensità moderata o severa. “Questo dato evidenzia quanto siano necessarie una educazione civica e una adeguata formazione sul tema dell’appropriatezza degli analgesici – spiega il professor Raffaeli –. È indispensabile un’alleanza tra cittadini e classe medica affinché si dia finalmente una risposta al bisogno di cura”.

Nonostante tutto, però, la 38 rimane una legge all’avanguardia, anche a livello internazionale. Una legge modello, a cui si sta ispirando persino l’Onu per garantire in tutti i Paesi aderenti l’accesso alle terapie analgesiche. “Anche se le Regioni si stanno attrezzando molto lentamente, il percorso avanza e non si può più fermare” aggiunge Marco Spizzichino, dirigente per il ministero della Salute dell’Ufficio per le cure palliative e la terapia del dolore. “Vogliamo che la legge 38/2010 sia un faro per l’Europa e, d’accordo con il ministro, dal prossimo luglio avremo l’occasione per farlo con l’inizio del semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea”.

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