“L’optogenetica? Una tecnica rivoluzionaria”

Vive negli Stati Uniti da oltre 13 anni e oggi occupa uno dei posti al vertice della ricerca mondiale nel campo delle neuroscienze. Il professor Antonello Bonci, direttore scientifico del National Institute on Drug Abuse, lo scorso 15 marzo è stato ospite della Fondazione Isal per un incontro con oltre 40 specialistici di tutta Italia della società scientifica Federdolore-Sicd. A Rimini, Bonci ha presentato gli ultimi risultati delle sua ricerca sperimentale: l’optogenetica, una tecnica rivoluzionaria per il trattamento delle dipendenze, del dolore, ma anche di depressione e degenerazioni del sistema nervoso centrale.

Classe 1966, riminese d’adozione, dopo una laurea in medicina a pieni voti all’Università Cattolica di Roma e la specializzazione in Neurologia all’ateneo di Tor Vergata dal 1999 Antonello Bonci vive negli Stati Uniti. Autore di un centinaio di pubblicazioni sulle più autorevoli riviste internazionali, è professore presso il Dipartimento di Neurologia presso l’Università di California di San Francisco (Ucsf), dove dirige anche il Laboratorio di neurofisiologia presso l’Ernest Gallo Clinic and Research Center, e membro del Comitato scientifico della Fondazione ISAL per la ricerca sul dolore presieduta dal professor William Raffaeli.
 
Professor Bonci, sta sperimentando una nuova tecnica, l’optogenetica. In che cosa consiste?
“Questa tecnica è stata scoperta nel 2005, ma il mio laboratorio è stato il primo ad impiegarla nel campo dello studio delle dipendenze. È una tecnica rivoluzionaria, che si avvale della biologia molecolare e della stimolazione laser per attivare o inibire gruppi scelti di cellule cerebrali”.
 
Quali potranno essere i campi di applicazione dell’optogenetica?
“Le applicazioni sono moltissime. Nei modelli sperimentali, la possibilità di studiare in maniera selettiva le vie cerebrali che connettono regioni distinte del cervello, apre un universo di studi mai possibili prima. Da un punto di vista clinico, l’optogenetica potrebbe essere impiegata in futuro nella cura del dolore, nella malattia di Parkinson, nell’Alzheimer e poi per epilessie, depressione, disturbi ossessivo compulsivi, dipendenze, eccetera”.
 
Come l’optogenetica può essere utile per il trattamento del dolore?
“Il dolore è trasmesso da vie nervose e codificato da aree cerebrali. Il controllo dell’attività di queste aree o vie nervose potrebbe essere un metodo per ridurre le sindromi dolorose che non trovano altre cure”.
 
Sta collaborando con centri e ricercatori italiani?
“Sì, il centro di ricerca che dirigo collabora con molte università e centri di ricerca in Italia”.
 
Nel 1999 si è trasferito negli Stati Uniti. Come mai questa scelta? L’Italia non ha saputo darle l’opportunità per crescere professionalmente?
“Mi sono trasferito perché le opportunità che mi vennero offerte dagli Stati Uniti erano infinitamente migliori di quelle offerte dall’Italia. Come accade a molti giovani bravissimi ancora oggi, l’Italia non seppe offrirmi opportunità interessanti, per usare un eufemismo. L’America ha creduto in me sin da quando ero un giovane ricercatore e mi ha dato uno dei posti di prestigio e responsabilità più alti, solo in base alle mie capacità. Per fare un esempio, al momento della mia assunzione nel 2010 come direttore scientifico del National Institute on Drug Abuse, ero anche il più giovane direttore di laboratorio di tutto il mio centro di ricerca. Per fortuna sono riuscito ad assumere due capi di laboratorio più giovani di me… e mi auguro anche più bravi di me. Sarebbe un segno di successo e lungimiranza che qui in America è molto apprezzato”.

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