Sopportare il dolore reinventando se stessi

Chiara Moretti, la Coordinatrice Nazionale  di Fondazione ISAL, ha collaborato alla realizzazione del nuovo lavoro  dell’antropologo francese David Le Breton, raccogliendo interviste con persone affette da dolore cronico. Oggi ci offre un piccolo contributo: la testimonianza di una paziente ISAL da lei raccolta e pubblicata nel volume appena uscito in Francia.

 

Tenir. Douleur Chronique et réinvention de soi.  

La mia vita è veramente messa in questione, così come lo è tutto ciò che avevo immaginato sulla mia vita… cioè formare una famiglia, un  lavoro… queste cose le vedo come traguardi irraggiungibili. Il tempo passa e le cose non migliorano. Il lavoro idem… il pensiero che i miei genitori adesso mi stanno aiutando e che poi si invecchieranno, si stanno invecchiando e che non avrò più il loro sostegno… sono molto preoccupata, per il presente, il futuro. Perché vedo che nonostante il mio impegno massimo non riesco a ottenere niente di beneficio e ovviamente mi pesa vedere… aver perso anni della mia vita dietro a questo dolore, stare adesso in balia… questo mi spaventa tanto… il fatto che io non posso gestirlo, non riesco a gestirlo per trovare delle modalità efficaci di gestione… che so… che sono in preda al dolore e non ci posso fare niente se non impasticcarmi per avere il sollievo minimo. Quindi è brutto. È una situazione che non auguro a nessuno. Tante volte penso che farei volentieri a cambio con altre patologie, perché il dolore… faccio un esempio, perché mi è capitato di sentire persone sulla sedia a rotelle  paralizzate… loro mi hanno detto che se potessero scegliere cosa togliere, loro toglierebbero il dolore. E questo ti fa capire quanto il dolore invalida l’esistenza più di stare su una sedia a rotelle. Certo io non penserei mai di dire: “Mettetemi su una sedia a rotelle”, ma a volte ho pensato che preferirei stare su una sedia a rotelle che non cammino, ma non avere il dolore. Cioè per farti capire cosa significa stare tutti i giorni così. Ecco.  (intervista a S., 30 anni)

Il significato del dolore, per chi lo vive in prima persona, non risiede nella sola lesione corporea. Il dolore cronico non è in questo senso leggibile solo considerando la condizione organica della persona e l’alterazione di quest’ultima. Per avvicinarsi al dolore degli altri, per cercare di comprenderlo o per lo meno contemplarlo, è necessario quindi fare spazio alla rilevazione di quella che è la sofferenza della persona, dove con questo termine va inteso il valore, il senso e il significato che chi soffre assegna al proprio dolore. Il dolore è infatti sempre una questione di significato e di valore, è un’entità che prende forma attraverso la reazione individuale e personale che si ha ad esso.  E’ da questi presupposti che si edifica il lavoro di David Le Breton. Il suo ultimo libro cerca infatti di analizzare quali sono gli elementi che ruotano attorno al dolore inteso come esperienza vissuta, un approccio questo che nei fatti non può che portare ad avvicinarsi al fenomeno partendo proprio dalle descrizioni effettuate da chi quotidianamente vive in prima persona  il dolore. 

Quanto incide allora il dolore sull’idea e sulla percezione che si ha di se stessi e, in generale, del proprio essere presenti e in rapporto ad una realtà circostante? E quanto questi ultimi elementi incidono a loro volta sul dolore, se questo viene inteso come fenomeno che prende forma in base a come viene vissuto e a seconda del valore e del senso che gli è stato di volta in volta assegnato? 

Chiara Moretti

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