Spending review, William Raffaeli: “E’ tempo di cambiare, basta dire sempre di no”

La lettura degli annunci non ci permette di dare giudizi sulla sostanza, ma se gli atti seguiranno le linee programmatiche, la Fondazione Isal dice “Benvenuta revisione delle spese correnti in sanità”. Sarebbe falso e ottuso non dire con forza ciò che chiunque lavora in sanità sa da sempre se apre gli occhi sul suo lavoro, ovvero che nelle strutture pubbliche e private ci sono incongruenze sia cliniche, ma ancor più burocratiche che sarebbe tempo di avere il coraggio di rimuovere.

È indifferibile una reale analisi dei costi nella gestione di beni e servizi, specie in ciò che è appaltato o esternalizzato; a questo aggiungerei anche una profonda e audace revisione dei processi di diagnosi e cura, ove vi sono ampie sacche di ridondanza in esami, spesso inutili per la ricaduta sulla salute dei cittadini. Mi riferisco, ad esempio, alla marea di indagini ad alto costo che non generano alcun risultato per la salute, anzi spesso inducono preoccupazioni immotivate che limitano il senso di benessere. Pensate a quanti soldi spesi per la densitometria ossea oppure per Tac e risonanze magnetiche per l’universale mal di schiena, che sono inutili e spesso dannose perché instaurano un circuito di spese in farmaci e visite specialistiche che costano moltissimo sia alla collettività sia ai singoli utenti: si calcola che il malato di lombalgia cronica – e il dolore è ciò che induce alla necessità di cura – obblighi le famiglie a una spesa maggiore della Tasi (la media paziente è di circa 800-1000 euro di consulenze e esami), senza che nell’80% dei casi si arrivi ad alcuna soluzione.

Spesso anche le terapie farmacologiche sono errate. In Italia si spendono 580 milioni di euro per i soli farmaci della categoria Fans (gli antinfiammatori), ma di questi forse più del 50% sono inappropriati e senza efficacia. Il giusto percorso dal medico di famiglia allo specialista del dolore porterebbe a una riduzione dei costi e alla cura di molte malattie. Dunque, ben venga il risparmio, se poi si investe sulla riorganizzazione dei servizi per una vera presa in carico del paziente come prescritto dalla legge 38/2010 e si investe in programmi per la salute su temi in cui il dolore riveste un ruolo importante: in molte malattie che generano ricorso a visite, indagini e procedure, l’unico sintomo che genera dramma e sofferenza è infatti il dolore. Una revisione dei processi di visita clinica e un miglior ascolto a ciò che dicono i pazienti, garantirebbero più salute per i cittadini e risparmi di milioni di euro per lo Stato.

Lo stesso avviene anche in malattie tragiche quali i tumori, ove la sacralità della malattia induce spesso a una errata pietà sociale: non sono certo poche le volte in cui si persiste in un uso   sconsiderato di chemioterapici in fase avanzata, dove gli stessi non danno luogo ad alcun vantaggio, anzi generano una sofferenza per gli eventi avversi! Proviamo a cambiare registro poiché l’uso oculato di buone cure alla persona, quali i percorsi di palliazione, di cura del dolore e di umanizzazione, garantiscono non solo uno stato di maggior senso di benessere, ma anche un possibile vantaggio di mesi di vita in salute. 

Sentiamo quindi l’obbligo di dire che la salute va tutelata anche cambiando lo stato attuale. Cambiamenti che la classe medica deve accettare se si vogliono trasformare spese inutili e dannose in sviluppo e innovazione, specie in campi che potrebbero immettere una maggior efficienza di cura con una ottimizzazione della spesa. Se i tagli non sono riduzione dei servizi, ma riconversione della spesa su progetti di efficienza e appropriatezza specie nelle malattie disabilitanti e croniche che distruggono le famiglie e i nuclei sociali, noi siamo pronti a fare la nostra parte, partendo finalmente dall’applicazione in tutte le regioni della rete Ospedale-territorio per i centri del dolore, recepita, ma non monitorata, solo in un terzo delle regioni italiane. Questa è l’efficienza dell’apparato burocratico in Italia: una legge fatta nel 2010, recepita nella conferenza Stato-Regioni nel 2012, viene non applicata nel 60% delle stesse Regioni. Ecco perché fare tagli e riconversioni genera timori, perché abitualmente l’apparato non è credibile tra ciò che dice e i tempi in cui applica le regole che si pone, dando così voce a chi dice “non mi fido”.

Dateci motivo di crederci questa volta. Facciamo una grande conferenza sulle obsolescenze in sanità, sull’innovazione e sulla progettualità: tra queste la cura del dolore avrebbe molto da proporre per migliorare la vita delle persone a minor prezzo.

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