“Succedono cose mitiche in mare, ma i veri eroi sono sulla terra” Michele Zambelli ci racconta la solitudine del limite

Tra i nostri ambasciatori c’è anche Michele Zambelli, anche lui è un eroe anche se non lo sa, lo è in modo quasi letterario, con la limpidezza della sua giovinezza e della sua indole e con una consapevolezza rara, che nasce dall’esperienza viva dell’avventura. Michele è campione italiano di  traversata transoceanica in solitaria, lo sento al telefono a pochi giorni dalla sua partenza per Ostar, la traversata dei mari del nord, dall’Inghilterra all’America sulla rotta del Titanic in mezzo agli iceberg. Nato nel 1990 a Forlì, a 15 anni Michele incontra Cino Ricci, skipper di Azzurra alla Coppa America del 1987 e l’oceano inizia a chiamarlo. A 19 anni Michele attraversa l’Atlantico dalla Francia al Brasile come marinaio di una barca francese, sulla linea dell’equatore, che Michele decide di voler attraversare l’Oceano da solo.

Sceglie una barca lunga 6 metri e mezzo, un trampolino di lancio di tutti i grandi navigatori solitari, dove il livello tecnico dei concorrenti è altissimo. Sono barche ultraleggere in fibra di carbonio, che grazie alla sproporzionata invelatura raggiungono altissime velocità. Nel 2011 conquista il primo podio in una regata internazionale, dalla Bretagna alla Spagna, e vince il primo titolo di Campione Italiano. Nel 2013 e’ il piu’ giovane italiano a terminare la leggendaria transoceanica in solitario senza contatti a terra dalla Francia ai Caraibi, si classifica decimo dopo 25 giorni di navigazione a bordo di un guscio di noce. Nel 2014 vince per la terza volta il titolo italiano e chiude la stagione al 3° posto della ranking mondiale divenendo la promessa italiana della vela oceanica. Nel 2015 si ripresenta sulla linea di partenza della Mini Transat: Nella classifica assoluta chiude 6°, secondo miglior piazzamento italiano da sempre.

Chiedo a Michele Zambelli di raccontarci l’incontro con ISAL. Perché hai scelto di essere accanto a questa fondazione nella battaglia contro il dolore cronico?

«Ho incontrato William Raffaeli a Rimini il tuo entusiasmo mi ha toccato e mi sono rivisto molto in quello che mi ha detto sul dolore cronico, nel modo in cui questo dolore è sconosciuto, sottovalutato e vissuto in solitudine. Noi attraversiamo l’oceano in solitudine, ma nel cliché italiano la vela è vista come yachting, sole e divertimento. In realtà facciamo uno sport molto più complesso, si sta soli in mare per un mese senza nessun tipo di confort a bordo, viviamo situazioni fisiche e mentali particolari. Da questo incontro con Raffaeli mi è nata la volontà di dare il mio aiuto, e per quello che è il mio piccolo potere comunicare quello che sta combattendo, aggiungendo la mia voce al suo grido.

Raffaeli cerca di comunicare la speranza di poter guarire o di vivere a pieno comunque. Anche noi viviamo di speranza, di desiderio di vedere; in mezzo al mare sei solo e ti senti vicino alle persone che anche sulla terraferma sono sole. La solitudine di queste persone mi ha fatto sentire che questa cosa mi corrispondeva.»

Uno sport come il tuo impone un ascolto del proprio corpo e la capacita di affrontare il dolore e superarlo, vorrei che mi raccontassi quali sono i momenti più difficili quando sei in mare e come riesci a superarli.

«Viviamo una situazione fisica estrema data da condizioni avverse all’uomo: siamo in mezzo al mare su barche da competizione che dentro sono completamente vuote, stiamo per l’80% del tempo bagnati e questo porta delle piaghe da decubito in diversi punti del corpo, in più sei stanco, hai fame e puoi mangiare solo alimenti sotto vuoto, hai sonno e non puoi dormire tutta la notte ma devi fare dei microsonnellini. Questo negarci tutti i privilegi della società moderna porta a delle sofferenze ma ti porta ad uno stato di consapevolezza importante: hai la tua regata al tuo fianco, sai che non puoi farne a meno e cerchi di stare concentrato sul tuo obiettivo. Ogni volta che metti i piedi a terra dimentichi tutta la fatica fatta per arrivare dall’altra parte dell’oceano e per preparare la traversata.

Paragono la mia regata a un parto, anche se non ho mai partorito e credo che non partorirò mai… Mi hanno detto che in quel momento giuri di non farlo mai più, ma appena vedi il bambino dimentichi tutto il dolore e saresti pronto a ricominciare da capo. Ecco io la regata la vedo un po’ così: in quei giorni di solitudine e di affaticamento fisico giuri tante volte di non tornare mai più la in mezzo, ma poi appena tagli la linea d’arrivo dimentichi tutto il dolore ti ricordi solo i momenti bellissimi… E parti per un nuovo progetto sportivo.

Cosa ti muove a fare un’impresa del genere, cosa attrae da sempre l’uomo verso questa cosa?

Forse perché sono alla vigilia di una nuova avventura, mi viene da dire che uno dei momenti più belli è quando dopo tanti giorni vedi apparire una terra dall’altra parte del mare, in quel momento ti ripaghi di tutti gli anni di fatica. Delle cinque traversate che ho fatto il momento che ricordo e rimane per sempre con me è vedere quella terra all’orizzonte, prima sono stati i Caraibi, questa volta sarà l’America. Nel mezzo ci sono cose molto forti e cose molto belle, ma il momento in cui si vede l’arrivo è unico.»

Quindi nel momento più difficile pensi all’arrivo?

«Sì, non fai altro che pensare a quando arriverai, a cosa mangerai quando arriverai, a quanto dormirai, a quante cose belle puoi fare a terra.»

E che cos’è che quando sei a terra ti chiama a tornare in mare? Mi racconti come è iniziata?

«E’ un po’ come raccontare la vita: la vita la vivi tutti i giorni e quando devi raccontarla fai fatica;

è stato un richiamo da parte del mare, mi sono trovato in mezzo al mare una volta per caso e mi ha chiamato, ho detto adesso voglio andare oltre, dall’adriatico sono arrivato all’oceano.

Ho anche avuto la fortuna di trovare persone più grandi di me che mi hanno fatto compagnia e mi hanno guidato in questo cammino: a un certo punto non era più solo imparare ad andare in barca a vela, era proprio la vita che imparavo. Queste persone mi hanno corretto e guardato in tutto il mio cammino non solo velico ma anche umano, mi hanno aiutato a fare tutto quello che ho fatto e che farò.»

Segui le orme dei grandi navigatori del passato, sei una delle poche persone che conoscono la sensazione del vedere terra come gli eroi della letteratura e del mito, hai mai percepito questo archetipo?

«A un certo punto del cammino diventa davvero così, ti senti fortunato nel poter vivere quello che la gente legge sui libri di storia, in fondo il mare è sempre quello, lo skyline del mare non è cambiato. Ogni tanto ci pensi, metti la testa fuori dall’oblò e pensi: ‘Cavolo! Questa è la stessa immagine del mare che ha visto Cristoforo Colombo o Magellano, non è cambiato nulla. Abbiamo tecnologie diverse che ci permettono di vivere con più consapevolezza quello che succede intorno, ma in mezzo al mare l’aria che respiri è antica come l’uomo, è l’aria dove è nata la vita stessa, fa anche paura a volte, perché è così immensa che ti senti piccolissimo in questo ambiente così spropositato. Devi concentrarti, stare calmo, non puoi lasciarti prendere dai pensieri o rischi di perdere di vista sia la regata che la tua quiete, rischi di impazzire. C’è un lavoro che va fatto, ma sempre con la consapevolezza di essere in un posto mitico. Poi stando in mare ti rendi conto che, come diceva Charles Péguy, i veri eroi non sono quelli che attraversano l’oceano ma i padri di famiglia, quelli che hanno il coraggio di stare tutti i giorni a crescere dei figli, e più attraversi gli oceani e più ti rendi conto che i veri eroi sono quelli che stanno a terra. Questo è un po’ il risultato finale delle mie esplorazioni: ammirare e comprendere chi rimane. Magari io non lo farò mai, forse sono destinato a guardare dal mare cosa fanno gli uomini a terra, però apprezzi di più chi mette al mondo e fa la storia. Noi siamo personaggi che vanno in giro per il mare, ma la storia è fatta da quei miliardi di uomini che stanno a terra e che invece che stare in giro per l’oceano il mondo lo portano avanti.»

Come gli eroi omerici o gli astronauti che stanno di fronte alla vertigine delle colonne d’Ercole, Michele sa che per essere felici non possiamo fare altro che aderire alla nostra natura e innamorarci della natura dell’altro, di quello che non ci appartiene. L’uomo è fatto così, lo sanno i santi, i poeti e i navigatori: tutti quelli che toccano il limite arrivano a questa consapevolezza.

Prima dicevi che c’è tutto un lavoro da fare, mi racconti questo lavoro?

«E’ davvero un’esperienza sul limite, devi stare attento a non superarlo perché le conseguenze non puoi conoscerle, e visto che sei in mezzo all’oceano da solo non riusciresti a chiedere aiuto a nessuno. E’ il lavoro che fai dalla mattina alla sera. Questa che ti sto raccontando è la parte umana dell’avventura, poi c’è un altro limite, quello della competizione: il lavoro del portare la barca al limite senza spaccarla, se vai troppo veloce e tiri troppa vela rompi tutto, rimani senza albero e sei fermo. Oltre al limite umano c’è il limite strutturale della barca, in mezzo all’oceano non puoi fare le corse, non sei un motociclista che a Misano va al box; in mezzo all’oceano non puoi rompere niente o devi essere capace di riparare per arrivare di là.

Il lavoro è fatto di attenzione e di cura per tutto quello che hai a bordo, in primis la tua testa. Ti tratti bene fisicamente, cerchi di curarti in maniera quasi monacale, povera: ti lavi le mani con un po’ di acqua dolce cercando di non sprecarla perché a bordo è limitata, mangi cercando di nutrirti in maniera giusta per non addormentarti di colpo; l’obiettivo della regata è vincere, ma non puoi non dormire o ti vengono le allucinazioni. A volte mi sembra di essere quasi un monaco che si ripulisce e cerca anche di pensare a cose belle e pulite, perché la malinconia è lì, dietro l’angolo, devi stare attento che non prenda piede, ogni tanto succede ma se la malinconia diventa la padrona perdi un sacco di energie e di pensieri dietro di lei. Così la tieni e sta lì, però non può diventare la padrona della barca. Piano piano la banchina avanza e tu con lei.»

C’è un pensiero salvagente che hai caro e che ti aiuta quando senti che arriva la malinconia?

«Una delle cose che scopri subito andando in barca da solo è la sensazione del sublime, ad esempio quando ti trovi veramente davanti a un tramonto in mezzo al mare, o gli animali ti vengono appresso. A volte succedono cose quasi mitiche in mare, in quei momenti è difficile perché questo sublime ti entra dentro al punto che non hai più il controllo, è una bellezza che ti lascia quasi terrorizzato, finisci in lacrime. Se permetti che accada, quando sei da solo in mezzo al mare non sai come uscirne, anni fa mi è capitato. Per arginare il sublime pensi alla riva, a quando potrai raccontarlo a qualcuno. Noi siamo connessi tutto il tempo, passiamo la vita a condividere storie, lì invece non condividi con nessuno. Non c’è una formula per uscire dalla malinconia, ogni tanto te ne lasci prendere perché ne hai un po’ bisogno, ogni tanto lei deve sfogarsi e la lasci entrare; l’esperienza vera di un marinaio è anche fare i conti con questa cosa. Quando ero più giovane non avevo il controllo e mi lasciavo distruggere, adesso sono un po’ più maturo, forse un po’ più cinico, anche i risultati sportivi sono migliorati, ma non bisogna neppure diventare troppo cinici o non trovi più la forza per fare questo lavoro.»

Questa davvero è la natura di Michele: non solo ha visto la terra come gli esploratori, ma ha visto il sublime che i filosofi raccontano da sempre, lo conosce in modo diretto, approda alla stessa riva attraverso l’esperienza.

Gli chiedo di raccontarmi due momenti, il più difficile ed uno di quelli in cui succedono cose mitiche. Me ne racconta uno che racchiude entrambi:

«Tempo fa durante una regata ero al largo in solitaria molto lontano da terra, è successo un casino: c’era una vela che non scendeva più, rischiavo di distruggere la mia barca, il vento stava salendo, sarebbe diventato molto forte quella vela stava diventando uno straccio. Non vedevo soluzione possibile per ammainarla, credevo che la barca prima o poi si sarebbe rovesciata, anche il mare si stava alzando. In questa assurda situazione quasi disperata, è uscito dall’acqua un globicefalo: una specie di delfino gigante con la testa tonda. Ha girato un po’ intorno alla barca e con questo occhione gigantesco mi ha guardato. Mi ha fatto pensare a quanto possano essere relative le cose: mentre io stavo odiando quel tramonto, un animale di fianco a me nel suo habitat stava vivendo sereno; mi ha dato fiducia come se mi avesse detto tutto ‘va bene’. Dopo un po’ di tempo la vela si è distrutta completamente, è caduta ed io sono potuto ripartire, senza una vela ma arrivando comunque terzo. Quell’occhiata del globicefalo mi ha riempito di speranza e credo che certe volte sia proprio uno sguardo ciò di cui uno ha bisogno, in quel caso per me è stato lo sguardo di un delfino.»

Ora ti stai preparando per la traversata dei mari del nord

Sì, sarà una traversata più dura di quelle che ho fatto fino ad ora, una regata più fredda. I venti e la corrente saranno contrari, faremo la stessa tratta del Titanic navigando nella zona degli iceberg.  Siamo i più piccoli, sia per età perché sono il più giovane che per la misura della barca, la mia è la più corta di tutte, come direbbe De Andre sarà una regata in direzione ostinata e contraria, quindi una bella sfida!

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