Un sorriso non basta, serve piu’ ricerca

Da due anni “presta” amichevolmente la sua immagine alla Fondazione ISAL. Lo fa con entusiasmo e fiducia, non risparmiandosi nonostante i mille impegni in tv e al cinema (l’ultimo è per il remake di “Il vedovo”, la commedia di Dino Risi con Alberto Sordi), convinto com’è che il dolore cronico si possa curare. Anche nel 2012 Fabio De Luigi è il volto della Giornata nazionale contro il dolore cronico, promossa sabato 13 ottobre in 56 città italiane dalla Fondazione ISAL. Un volto sorridente e rasserenante, perché “per noi la vita è gioia e nessun dolore”, come recita la campagna.

E perché anche l’ironia, di cui l’attore e comico di Sant’Arcangelo di Romagna è un maestro, può aiutare a dare conforto a chi soffre. Certo, non può bastare: bisogna investire nella ricerca e nelle sperimentazioni.

Fabio De Luigi, come è nata la collaborazione con la Fondazione ISAL?
“Qualche tempo fa venni invitato dal professor Raffaeli e da alcuni suoi collaboratori a un incontro che sarebbe servito a farmi approfondire la conoscenza di ISAL e gli obiettivi che si prefissava di raggiungere. Tra questi, quello che riguardava il mio coinvolgimento era prestare il volto per una campagna di comunicazione che aiutasse la Fondazione a farsi conoscere meglio sul territorio e a livello nazionale. Ciò sarebbe avvenuto attraverso un messaggio che potesse riassumere in poche parole la complessità dell’azione che la Fondazione mette in campo. L’entusiasmo, la determinazione e la fiducia verso la riuscita di un progetto così importante fecero il resto”.

Lei è attore, comico, imitatore. Che cosa può l’ironia con un argomento serio come il dolore?
“Può tanto. Ma di più possono gli sforzi spesi per poter dare, a chi si ritrova a lottare contro il dolore cronico, gli strumenti migliori per poterlo affrontare”.

Spesso, infatti, curare il dolore cronico si può. Occorre però sapere come farlo, a chi rivolgersi. E occorrono maggiori investimenti nella ricerca scientifica. Lei quale messaggio si sente di lanciare a chi soffre?
“Al contrario siamo noi, tutti noi che stiamo ‘bene’, che dovremmo cercare di imparare qualcosa da chi, vivendo quotidianamente con il dolore, ci rimanda un messaggio di forza, dignità e speranza. Ed è per dare un senso compiuto alla parola ‘speranza’, che si devono promuovere iniziative che aiutino ricerca e sperimentazione”.

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