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Valentina Malafoglia: “L’elemento più misterioso del dolore è la causa”

Oggi per la nostra rubrica le anime di ISAL incontriamo Valentina Malafoglia, la giovane scienziata che sta portando avanti diverse ricerche per ISAL e a cui recentemente è stata assegnata la borsa di studio intitolata alla memoria del dottor Giorgio Mariot. Il suo obiettivo è grande e ambizioso, individuare i marcatori biologico-molecolari del dolore cronico, e il suo lavoro è già stato citato come esempio in molti altri gruppi di ricerca.

Qual è il tuo percorso e come è avvenuto l’incontro con ISAL?

«Ho studiato a Perugia e sono laureata in Biotecnologie Mediche. La mia prima esperienza di ricerca è avvenuta durante il periodo dell’Università, quando ho vinto una borsa Erasmus che mi ha permesso di vivere, studiare e preparare la mia tesi finale in Belgio, alla Katholieke Universiteit of Leuven: Centre for human genetics. Dopo la Laurea il mio sogno era quello di andare negli States per un dottorato di ricerca. L’incontro con ISAL è stato, come tutte le cose belle, casuale. Non conoscevo il mondo della ricerca sul dolore, ho fatto domanda per un dottorato in biologia cellulare e molecolare, sono stata scelta e solo allora ho conosciuto il Prof Raffaeli e la Fondazione ISAL. Grazie proprio ad una borsa di studio ISAL ho avuto la possibilità di svolgere il mio dottorato a Philadelphia, alla Temple University, College of Science and Technology, Institute for Cancer Research and Molecular Medicine. Dopo questa meravigliosa avventura sono tornata in Italia e, sempre grazie ad ISAL, oggi lavoro a Roma tra l’Istituto di ricerca IRCSS San Raffaele e l’ Università di Roma3.»

Puoi raccontarci quali sono le ricerche che hai compiuto per ISAL?

«I progetti della fondazione ISAL sono molto ambiziosi ed io mi sono trovata da subito ad affrontare delle sfide abbastanza ardue. Il dolore cronico è una malattia difficile da capire, spiegare e sconfiggere. Uno dei problemi in questo ambito è la mancanza di marcatori biologici che possano aiutare nella diagnosi, prognosi e cura della malattia. Durante il dottorato mi sono occupata principalmente di ricerca di base, con lo scopo di trovare dei modelli di studio alternativi ed innovativi rispetto a quelli esistenti, per individuare gli elementi chiave della patologia. Durante gli anni abbiamo ricercato questi fattori da “lontano”, andando a studiare l’ evoluzione del sistema nocicettivo. Attualmente, oltre alla ricerca di base, abbiamo in atto anche progetti di ricerca clinica che coinvolgono, per esempio, pazienti con patologie dolorose ortopediche o fibromialgia, con l’obiettivo finale di individuare i marcatori biologico-molecolari del dolore cronico.»

Quale aspetto delle tue ricerche hai trovato più appassionante?

«Studiare il dolore ti permette di entrare in contatto con aspetti non solo biologici. Il dolore è un’esperienza cosi personale, soggettiva e complessa che ricade in tanti altri ambiti della vita quotidiana di chi ne soffre. La componente psicologica, per esempio, ha un ruolo troppo importante per essere trascurata. Proprio per questo motivo, attualmente lavoro fianco a fianco di psicologi e antropologi e questo aspetto è decisamente appassionante. Credo che mettere in correlazione i risultati delle mie ricerche clinico-biologiche con quelli ottenuti dal contesto socio-culturale e psicologico potrebbe dare molte soddisfazioni.»

Cosa ti ha spinto a scegliere la biologia molecolare e in particolare il tema del dolore come missione scientifica della tua vita?

«L’amore per la biologia molecolare è scoccato durante il tirocinio della mia tesi di Laurea, tra Leuven e Perugia. Mi sono occupata precisamente di citogenetica molecolare e malattie del sangue, entrando in contatto per la prima volta con il DNA. Sorrido al ricordo di una giovane Valentina, seduta davanti ad un microscopio a fluorescenza, affascinata alla prima vista dei cromosomi! I ragazzi delle scuole superiori dovrebbero avere l’opportunità di fare queste esperienze, per rendersi conto di cosa sia veramente la biologia. Con il dolore, come dicevo prima, sono entrata in contatto per caso. Non ho più lasciato questo ambito perché credo sia un compito nobile quello di cercare di alleviare la sofferenza. A chi non è capitato di avere un mal di testa o un mal di schiena? Pensare che ci siano persone che costantemente subiscono un’esperienza dolorosa è tanto assurdo quanto purtroppo vero. Il problema poi diviene enorme quando pensiamo alle ripercussioni sulla vita sociale del malato e delle famiglie che vedono tanta sofferenza senza poter fare nulla. E’ un problema sottovalutato anche se, dalla legge 38 del 2010, il dolore viene riconosciuto come vera e propria malattia. Credo sia doveroso parlarne il più possibile, far capire a chi soffre che medici e biologici stanno lavorando sempre di più in questo contesto.»

C’è qualcosa che senti di aver scoperto proprio tu e di cui sei particolarmente orgogliosa?

«La mia prima pubblicazione scientifica è stata il risultato di un grande impegno e motivo di grossa soddisfazione. Con essa abbiamo proposto un modello di studio innovativo che è stato citato e preso come esempio da tanti altri gruppi di ricerca. Quando il tuo lavoro viene considerato come modello nel mondo vuol dire che non hai perso tempo. Il lavoro del ricercatore a volte è frustrante, può capitare di passare mesi senza risultati e in quei momenti vorresti dare la colpa a chiunque non ti abbia fermato il giorno che hai scelto questa missione. Poi, con impegno e costanza, i risultati arrivano ed è molto gratificante. Devo però ricordare che la scienza non si fa da soli, questo lavoro ha bisogno di collaborazione continua, di mix di idee anche da aree scientifiche diverse. Credo molto nella condivisione delle opinioni ma troppo spesso, soprattutto in Italia, si tende a non fare squadra. Il problema va ricercato nella competizione troppo elevata in un contesto purtroppo non ottimale. I ragazzi, quelli che non sono fuggiti all’estero, combattono ogni giorno con realtà universitarie forvianti, dove l’eccellenza non è valutata come si dovrebbe.»

Hai appena ricevuto una borsa di studio in memoria del dott. Mariot, puoi raccontarci questo nuovo progetto? 

«Con molta gioia, ho ricevuto una borsa di studio in memoria del Dott. Marriot, un medico molto in gamba ed amatissimo da chi lo conosceva. Durante la cena in sua memoria, tra la commozione dei suoi amici, colleghi e familiari, mi è stato consegnato il premio per svolgere un progetto sul dolore nella Fibromialgia. Questa malattia multifattoriale affligge moltissime persone, specialmente donne, ed è caratterizzata da dolore cronico diffuso associato a patologie secondarie invalidanti. Le cause non sono chiare e non ci sono fattori diagnostici definitivi. Non esiste una cura. Il progetto verte sulla ricerca di marcatori bio-molecolari di fibromialgia attraverso esami non invasivi. In particolare, attraverso il prelievo del sangue periferico, analizzeremo i recettori degli oppiodi sulla superficie dei linfociti circolanti. Lo scopo è quello di ottenere una diagnosi precisa, per indirizzare una cura specifica per ogni singolo paziente. Oltre alla mia parte biologica, il progetto prevede la collaborazione di medici, psicologi ed antropologi.»

Quale ricerca ti piacerebbe compiere in futuro e quale obiettivo vorresti raggiungere nei prossimi anni?

«Sicuramente vorrei continuare a ricercare le cause della cronicità del dolore, focalizzandomi magari sulle differenze di genere. La sensibilità e la risposta al dolore sono diverse tra maschi e femmine. Alcune patologie dolorose sono molto più aggressive ed invalidanti per il genere femminile. Sarebbe bello ottenere dei dati che possano aiutare nella lotta al dolore delle donne.  Obiettivo primario dei prossimi anni è quello di cercare di vincere dei fondi attraverso bandi Europei. La ricerca è costosa, in Italia è una vera e propria missione. Non si investe in ricerca e molto spesso chi fa questo lavoro è considerato un filosofo, un sognatore che si prende il tempo e libertà di rischiare tutto per i suoi ideali. Questo è l’errore più grande che lo stato sta facendo nei confronti dei giovani che hanno studiato biologia o biotecnologia. Solo quando verremo considerati lavoratori fondamentali per la società, come nel resto del mondo, le cose potranno andare meglio. Per ora dobbiamo lavorare duro e cercare di ottenere finanziamenti, anche esteri, proponendo progetti scientifici intelligenti ed innovativi.»

Qual’è l’elemento più misterioso del dolore agli occhi di uno scienziato?

«La causa. Per quale motivo in alcune persone un dolore acuto evolve in cronico ed in altre persone no? Manca quel tassello fondamentale che ci faccia capire il perché. Solo dopo l’identificazione della causa dell’insorgere della malattia si può pensare ad una cura mirata al singolo paziente.»

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