Vi proponiamo per una lettura questo interessante articolo sul dolore psicologico nel sovrappeso e nell’obesità a cura della Dr.ssa Lisa Gamberini, psicologa e diet coach

IL DOLORE PSICOLOGICO NEL SOVRAPPESO E NELL’OBESITÀ

A cura di: Dott.ssa Lisa Gamberini

 

Sovrappeso ed Obesità rappresentano due fenomeni che negli ultimi anni stanno attirando l’attenzione del mondo scientifico italiano ed internazionale in maniera sempre più consistente; nei paesi industrializzati e nelle cosiddette “Civiltà del Benessere”, infatti, essi si presentano in costante aumento e stanno assumendo dimensioni oggettivamente preoccupanti.

I dati Istat dell’ultima indagine effettuata nel nostro Paese (2013) indicano che più di un terzo della popolazione italiana è in sovrappeso e circa un decimo supera la soglia dell’obesità; si parla dunque di circa 22 milioni di persone in sovrappeso e di circa 6 milioni di obesi; in rapporto a questo fenomeno si è iniziato dunque a parlare di una vera e propria “pandemia”.

Nonostante comunemente si tenda spesso a considerare l’eccesso di peso come una condizione con cui si può tranquillamente convivere, come un problema essenzialmente estetico, nel mondo medico si è iniziato a guardare all’obesità come ad una vera e propria malattia, nella consapevolezza dell’ampia serie di conseguenze per la salute che essa può comportare.

Poca attenzione sembra ancora poter essere riservata, tuttavia, ai correlati psicologici di sovrappeso e obesità ed alla sofferenza interiore che accompagna tali condizioni; in un contesto in cui ci si occupa di Dolore nelle sue diverse forme risulta dunque utile riflettere su questi aspetti e sulle correlazioni esistenti tra gli stessi.

Il fatto stesso di intendere il Dolore come malattia – cioè come una condizione medica meritevole di una specifica diagnosi e di interventi mirati – rappresenta di per sé un grande progresso, raggiunto anche proprio grazie al prezioso lavoro svolto dalla Fondazione ISAL come ideatrice e promotrice della legge che ne ha sancito ufficialmente il riconoscimento e conseguentemente il diritto alla cura (Legge 38/2010).

Pur avendo portato all’attenzione comune la Patologia Dolore, questa iniziativa ha tuttavia visto  il mondo medico rivolgersi in via pressoché esclusiva al trattamento del Dolore Fisico; risulta invece importante sottolineare come accanto ad esso esista un tipo di dolore più subdolo e meno “oggettivabile” – ma altrettanto importante e invalidante, il Dolore Psichico appunto – a cui appare appropriato estendere quella necessità di attenzione, cura e intervento che la Legge 38 sancisce per il Dolore Somatico.

Essere considerato e trattato per il proprio dolore psichico rappresenta infatti per il Paziente un Diritto altrettanto fondamentale dell’essere curato sul piano fisico; la visione della sofferenza psicologica che ancora purtroppo molto spesso predomina è invece quella di un “disturbo non reale”, o peggio ancora di “debolezza caratteriale”, fatto che porta non solo a trascurare l’intervento professionale su di essa, ma molto spesso addirittura a stigmatizzare chi ne è portatore.

Nel trattamento del sovrappeso ci si occupa solitamente di dolore solo quando si presentano  manifestazioni “oggettive” dello stesso (mal di schiena, alle articolazioni, ecc..) o se si manifestano altre patologie fisiche peso-correlate; raramente Operatori Sanitari, familiari e amici guardano alla persona in sovrappeso come portatrice di una forma di Dolore Psichico meritevole di attenzione e cura.

Parlare di Dolore e dunque di Terapia del Dolore in questi casi è invece quanto mai appropriato.

Il concetto di Dolore in questo contesto si presenta come multidimensionale e multistrato, in quanto è sia fisico che mentale, contemporaneamente causa ed effetto del problema, al punto che diviene talora difficile distinguere cosa sia nato prima, se il dolore o il sovrappeso medesimo.

Si tratta dunque di un fenomeno molto complesso.

Nel determinare l’origine del sovrappeso, a completamento o in alternativa ad una causalità di tipo medico-genetico, è infatti necessario considerare tutta una serie di motivazioni a carattere psicologico che possono porsi come motivi di innesco, aggravamento o perpetuazione nel tempo di questa condizione.

Vediamo dunque quali tipi di Dolore Psichico tendono favorire tale realtà:

 

DOLORE COME “CAUSA”:

 

1) Dolore Psicologico non elaborato: in questa accezione ci riferiamo sia al dolore psicologico esperito e classicamente riconosciuto come tale (dolore da separazione, dolore da lutto, ecc…) sia a forme di disagio soggettivo e meno chiaramente oggettivabile, che infine alla sofferenza collegata a disturbi di ordine psicologico più strutturati, per via delle difficoltà di adattamento che questi possono generare rispetto alle attività e funzioni quotidiane, alla sfera relazionale o a quella socio-lavorativa.

Quando la sofferenza sperimentata dall’individuo non riesce ad essere adeguatamente drenata ed elaborata dal Sistema Psichico e permane inalterata per lungo tempo all’interno di esso, va inevitabilmente a produrre uno stato di tensione interna che mette a dura prova le capacità di contenimento del sistema psichico medesimo.

Fino a quando la struttura difensiva individuale riesce a svolgere con sufficiente efficacia la propria opera di contenimento la persona sperimenterà probabilmente un disagio, ma si mostrerà in grado di fronteggiarlo in maniera sufficientemente funzionale (ovvero senza ricorrere a condotte compensative); quando invece la sofferenza sperimentata esulerà dalle capacità di contenimento individuali inizierà a rendersi necessaria l’adozione di “comportamenti stampella” (ad esempio l’uso del cibo in modalità compensativo-consolatoria) attraverso i quali canalizzare la tensione presente in forma “libera” nel mondo interno.

 

2) Scarsa tolleranza alle Emozioni/Frustrazioni: vi sono persone che per loro struttura di personalità o per il verificarsi di uno o più eventi stressanti – nel presente o nel corso della loro vita – hanno difficoltà a gestire la frustrazione o a tollerare le proprie emozioni (soprattutto quelle negative, ma non solo); a contatto con esse questi individui sperimentano una sensazione di “allarme” e di “urgenza” che li porta a cercare uno strumento capace di “neutralizzare” o quantomeno di attenuare tale esperienza, un metodo che funzioni nell’immediato e in modo concreto. Mangiare, per via dell’effetto psicologico di consolazione che può esercitare, per via delle modificazioni chimiche che produce a sia livello corporeo che cerebrale e per via del fatto che è un comportamento di per sé piacevole, di facile accesso, socialmente accettato e necessario alla sopravvivenza, si presenta spesso come il miglior candidato per assolvere a questa funzione di “pronto soccorso”.

 

3) Scarsa gestione degli Impulsi: per la presenza di una psicopatologia specifica o di un indebolimento (traumatico o stress-correlato) delle proprie capacità di contenimento delle spinte pulsionali profonde alcune persone possono vedere limitata – in alcuni periodi della propria vita o nei casi più gravi in modo permanente – la propria capacità di gestione degli impulsi, e ritrovarsi dunque a non sapersi opporre al bisogno di soddisfazione immediata e alla smania di cibo tipici della Fame Nervosa.

Se questo si verifica in maniera sistematica è facile immaginare quali tipi di conseguenze possa avere sul peso della persona.

 

4) Sensazioni di Vuoto o di Carenza Affettiva: molto spesso nella cultura popolare si associa la presenza di “carenze affettive” ad un uso compensativo del cibo; sebbene sia talora difficile distinguere dove finisca il luogo comune e dove inizi la scientificità, risulta comunque opportuno valutare l’eventuale incidenza di questo fenomeno nella realtà psichica della persona, per poterla affrontare con professionalità.

Problematiche connesse all’attaccamento di base, alla funzione di holding o alla sintonizzazione  profonda verificatesi in epoca antica, così come ferite affettive maturate più di recente nei rapporti di coppia vissuti in età adulta, possono in effetti influire in maniera sotterranea ma consistente sulle dinamiche collegate al comportamento alimentare.

Utilizzare il cibo a scopo compensativo significa molto più che cercare saltuariamente qualcosa di buono per darsi piacere quando ci si sente tristi, e rappresenta qualcosa di più anche dell’essere semplicemente “golosi”; si tratta di un fenomeno complesso, che coinvolge esperienze antiche, associazioni mentali inconsce ed abitudini sviluppatesi nel corso di tutta una vita che trovano le loro radici nell’accudimento e nell’educazione ricevuti, in quanto sperimentato nella famiglia d’origine in termini di messaggi diretti e indiretti relativi al cibo (ruolo attribuitogli, suo utilizzo di fronte alla sofferenza, fisica o psichica che sia) e nelle modalità apprese, infine, per gestire gli eventi stressanti ed i propri stati interiori.

 

5) Depressione e Ansia: vissuti a carattere ansioso-depressivo accompagnano sovente la condizione di sovrappeso, ponendosi sia come sintomi scatenanti che conseguenti all’aumento di peso stesso.

La Medicina aiuta a chiarire come la condizione depressiva sia sostenuta da un’alterazione del funzionamento delle monoamine – serotonina e dopamina in particolare – alterazione che può avere un’origine prettamente somatica, psichica o più frequentemente entrambe allo stesso tempo, in una dinamica complessa di reciproca influenza.

Si rileva come sovente, se grave, la condizione depressiva porti inappetenza e favorisca quindi piuttosto la perdita di peso – quando l’umore è profondamente abbassato la persona può infatti arrivare a perdere la voglia di vivere e trascurarsi fino a non mangiare – ma quando, come spesso accade, il disagio presenta una componente ansiosa si assiste facilmente allo sviluppo di un rapporto col cibo disordinato o compulsivo.

 

6) Dolore Fisico Cronico: il fatto di vivere una realtà di Dolore Cronico può in alcuni casi condurre la persona a sviluppare disagi che possono poi favorire il ricorso compensativo al cibo, alla ricerca di un sollievo chimico e di una piacevolezza psicologica che diversamente non sente di poter ottenere.

Può essere lecito a questo punto domandarsi perché così tante persone credano che il cibo possa svolgere una funzione compensativa…

Alcuni cibi, proprio dal punto di vista chimico-molecolare, sembrano in effetti avere il potere di influenzare l’assetto cerebrale; i carboidrati ne rappresentano l’esempio più classico, in quanto come contenitori di triptofano – precursore della serotonina, una delle sostanze chimiche che intervengono a regolare l’esperienza umorale – sembrano esercitare un effetto rasserenante e antidepressivo.

Pur essendoci dunque un “fondamento scientifico” alla base di questo fenomeno, va precisato che tale effetto è parziale ed effimero, e non sufficiente quindi per risolvere completamente l’esperienza negativa.

Si può quindi affermare che ricorrere al cibo nell’intento di modificare i propri stati interni costituisca una modalità indiretta e inappropriata di gestire una problematica presente su un altro piano, un intervento “palliativo” e non “risolutivo”, in quanto generatore di una sensazione che momentaneamente copre quella originaria sentita come intollerabile, ma che non interviene in alcun modo per risolverla, facendo sì che essa dopo poco torni a farsi sentire.

Questa realtà va dunque ad innescare un circolo vizioso tutt’altro che funzionale, che spinge la persona a ripetere il comportamento alimentare per riottenere lo stesso – momentaneo ma rigenerante – risultato. Inutile dire come col tempo questo favorisca l’accumulo di peso, quando non addirittura l’insorgenza di vere e proprie patologie di tipo psichico o metabolico.

 

7) Presenza di una malattia cronica: accade purtroppo sovente che a fronte dell’insorgenza o della prolungata convivenza con una malattia cronica il sistema psichico individuale possa sviluppare difficoltà di fronteggiamento; la presenza di una condizione patologica a lungo termine infatti non sempre equivale nella persona al raggiungimento di un buon adattamento e ad un costo energetico azzerato.

Anche questo tipo di sofferenza dunque può spalancare le porte ad un uso inappropriato del cibo e condurre ad un aumento di peso.

Il problema sembra inoltre accentuarsi quando la suddetta patologia coinvolge in qualche maniera  proprio l’equilibrio metabolico della persona, richiedendole un’accurata regolazione – in senso quantitativo o qualitativo – delle proprie abitudini alimentari.

Trovandosi bloccata nell’accesso a quello che rappresenta lo strumento di più facile accesso per la regolazione dei propri stati interni, la persona può sentirsi come “scoperta” e, se non dispone di una valida alternativa, può sperimentare un doloroso conflitto interno che in molti casi lascia spazio ad uso ancora più ansioso e compulsivo del cibo.

Il circolo vizioso che si instaura è dunque quanto mai perverso; ciò che viene proibito, già appetibile in condizioni normali, per un complesso meccanismo psicologico viene ancor più ricercato; molto spesso l’individuo non dispone di strategie alternative, soffre l’imposizione aprioristica di limiti e restrizioni o si trova di fronte a difficoltà innescate dalla malattia o dalla sua terapia (es. aumento della fame o dell’appetizione per il cibo in generale), rendendo il mantenimento di un rapporto equilibrato con esso molto complesso.

 

DOLORE COME “EFFETTO”:

 

1) Alterazioni Fisiologiche che generano Dolore: il sovrappeso stesso nei suoi correlati fisiologici può rendersi responsabile di modificazioni “organiche” che divengono fonte di dolore sia fisico che  psicologico.

Obesità e depressione hanno in effetti come proprio comune denominatore un’aumentata produzione di sostanze chimiche – dette “citochine” – che esercitano un effetto infiammatorio; più si è sovrappeso e più il cervello si trova ad essere “inondato” da molecole che ne rallentano l’attività, andando a predisporre la base biologica per manifestazioni a carattere depressivo.

È stato dimostrato che il tessuto adiposo stesso è in grado di secernere queste sostanze, e questo fa sì che la condizione di sovrappeso possa di fatto influenzare in modo diretto la dimensione umorale.

Il rallentamento dell’attività neuronale, l’inefficiente funzionamento della serotonina (che regola il tono dell’umore) e della dopamina (che regola la voglia di fare e di vivere) che derivano da questo fenomeno contribuiscono quindi a generare i sintomi tipici di tale disturbo, come l’abbassamento del tono dell’umore, l’inerzia fisica, l’abulia e la mancanza di iniziativa, i pensieri negativi persistenti, ecc…

L’esperienza di Dolore in sé e per sè può inoltre portare ad un indebolimento dell’energia vitale e della tenuta psichica individuale, contribuendo al consolidamento sia della realtà depressiva che della condizione di sovrappeso, in un circolo vizioso sempre più difficile da districare.

 

2) Pregiudizio Sociale ed Eterosvalutazione: le persone in sovrappeso sono purtroppo molto spesso circondate da una serie di pregiudizi sociali che su alcune di esse possono incidere anche in maniera pesante.

È infatti piuttosto diffusa nell’immaginario collettivo l’idea che chi è in sovrappeso sia una persona “debole” o “priva di forza di volontà”, essenzialmente pigra e indolente e quindi magari anche poco affidabile; può dunque accadere che questi individui sentano su di sé gli sguardi di superiorità, biasimo o in alcuni casi di disprezzo del proprio prossimo o che vengano isolati e discriminati, e si trovino quindi a soffrirne in maniera ingente.

Sebbene l’esperienza clinica porti talora a riscontrare come questi pregiudizi siano più radicati nella persona stessa che in coloro che incontra, non si può negare come nella cultura popolare un marcato sovrappeso determini spesso inferenze negative su chi ne è portatore; a ben pensarci tali aspetti si rivelano altrettanto irreali delle positive ma arbitrarie inferenze di cui sono oggetto le persone in sovrappeso, prima fra tutte l’idea che siano persone più allegre e gioviali delle altre, che amano stare in compagnia e che sanno godersi la vita.

 

Raramente chi si rapporta con questa realtà (persino talora il professionista stesso) si preoccupa di analizzare in profondità lo stato d’animo della persona obesa; i medici sovente si limitano a rimproverarla, le persone comuni la giudicano o la ignorano…è veramente raro che qualcuno cerchi di capire, senza giudizio alcuno, quali difficoltà interiori stia attraversando o contro quali nemici stia lottando.

Ascoltare, accogliere, se possibile anche “curare” il dolore portato da queste persone – ognuno con le sue competenze ed in base al proprio ruolo – dovrebbe essere interesse, obiettivo e compito di qualunque figura sanitaria si rapporti con questo tipo di utenza; determinati vissuti, infatti, se non affrontati in modo specifico e professionale, rischiano di intrappolare la persona in modo permanente all’interno di una spirale da cui può esserle poi veramente difficile uscire.

 

3) Autosvalutazione: come conseguenza delle limitazioni – oggettive o soggettive – esperite nel quotidiano, del peso del giudizio altrui, della sofferenza generata da un’immagine corporea non sentita come corrispondente a sè o non vissuta come accettabile – ed a seguito molto spesso dei ripetuti fallimenti sperimentati in diete e percorsi di dimagrimento – la situazione psicologica della persona in sovrappeso può ulteriormente complicarsi con lo sviluppo di un’immagine di sè svalutata e inefficace.

Il tipo di atteggiamento culturale descritto porta purtroppo molto spesso all’impropria sovrapposizione tra la condizione di sovrappeso e l’identità individuale; viene infatti proposta più o meno consapevolmente l’idea che se una persona è in sovrappeso, se non riesce a dimagrire, è perché è debole, incostante o incapace in senso profondo e totale. Questo fa sì che la persona stessa inizi a identificarsi non più con il proprio Sè reale ma con il sovrappeso medesimo, che diviene una sorta di identità sostitutiva, l’unica in grado di essere percepita.

Quando si verifica questo la visione che l’individuo sviluppa di se stesso non sarà più quella di una persona che sperimenta delle difficoltà in uno specifico settore della propria vita (ma che può riuscire in tanti altri) ma sentirà e crederà di non essere valido in senso assoluto, e si sentirà quindi impossibilitato ad acquisire una miglior gestione tanto del cibo quanto di quel complesso insieme di fattori psicologici che influenzano positivamente il controllo del peso.

Quando si perde il contatto con il Sè autentico, si perde il contatto con la propria fonte motivazionale ed energetica, e quando questo avviene non si può più avere accesso a quegli strumenti interiori che consentono di affrontare con successo una dieta.

Quando si arriva a questo punto non può esservi altro esito quindi che l’insuccesso.

Non esiste danno più grande che si possa fare a queste persone dell’indurle a pensare di non valere.

Nel farlo, peraltro, si commetterebbe anche un grande errore, innanzitutto perché il sovrappeso deriva da un insieme di fattori, sicuramente psicologici ma in alcuni casi anche patologici (esso può essere cioè “secondario” rispetto a condizioni organiche) o genetici, ed in secondo luogo perché costituisce una verità psicologica fondamentale il fatto che una cosa è la persona nella sua essenza e identità, ed una cosa ben diversa e distinta è il comportamento che essa attua in un certo ambito, in questo caso rispetto al cibo o alla dieta. Queste due realtà non sono assolutamente sovrapponibili.

Continuare a fare diete rivelandosi inefficaci diviene purtroppo molto spesso per queste persone l’ulteriore disconferma di Sé e delle proprie capacità; la totale demotivazione che consegue è tale da lasciare aperta come unica strada quella di un sovrappeso permanente e di una perdita progressiva di salute, magari seguiti da un ancor più ingente ricorso al cibo, in risposta alla frustrazione e al dolore psichico avvertiti.

 

CONCLUSIONI

Qualunque ne sia l’origine – fisica o psichica – il Dolore rappresenta sempre una sorta di “semaforo rosso” che si accende all’interno dell’esperienza di vita della persona e che le parla della propria salute, avvertendola del fatto che fattori nocivi di varia natura la stanno minando, a livello fisico o sul piano emotivo.

In entrambi i casi credo che questo Dolore sia meritevole di essere preso in carico, da parte dell’individuo stesso come gesto di autoresponsabilità, ma ancora di più ed in maniera obbligata da parte di qualunque Professionista si trovi a lavorare a contatto con questo tipo di realtà.

Ciò che invece solitamente accade è che chi decide di intervenire sul sovrappeso si rivolga esclusivamente ad un professionista della nutrizione, non rendendosi conto di quanto sia fondamentale darsi l’opportunità di lavorare anche su altri livelli – motivazionali, psico/comportamentali, cognitivo/emotivi – e di come siano questi ultimi a fare realmente la differenza tra il successo o l’insuccesso nel proprio percorso di dimagrimento.

L’intervento sul sovrappeso non può quindi in conclusione prescindere da una presa in carico del Dolore Psichico ad esso correlato – nei suoi aspetti sia di causa che di effetto – e di conseguenza dalla messa in campo di un trattamento multidisciplinare integrato.

 

 

Dott.ssa Lisa Gamberini

Psicologa e Diet Coach

www.lisagamberini.it

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